You are browsing the archive for Opinioni.

Articoli in evidenza

  • Le nuove metriche di giornalismo e pubblicità online
  • BMW con Toyota: a Tokyo forse la prima concept sportiva ibrida condivisa
  • Yamaha Open Week-end, X-MAX 400 in prova
  • Vivere in Germania
  • 40 anni fa moriva Carlo Emilio Gadda, l’ingegnere letterato
  • Nobel letteratura 2013: chi sono i cinque autori in lizza?
  • A Firenze in mostra "Il Sogno nel Rinascimento"
  • One Direction All the Way to the Top Streaming VK ITA
  • HTC One funziona anche a 35 gradi sotto zero
  • Quattro donne italiane su cinque soffrono di nomofobia

Ferrara: Qualche consiglio a Tremonti

22 febbraio 2011 in Opinioni



Polemizzare con Giulio Tremonti, discutere con il ministro dell’Economia, porgli dei problemi non è atto di lesa maestà. Tremonti sarebbe il primo a convenirne. Tanto più che il punto di partenza nel chiedere al titolare del Tesoro maggiore attenzione al piano per la crescita, per lo sviluppo del Sud, all’idea di una frustata sul groppone dell’economia reale, via liberalizzazioni, riforme di struttura, incentivazione della concorrenza e investimenti pubblici e privati, è un suo successo, non una sua sconfitta.

Questo Tremonti lo ha capito, tanto è vero che ha cominciato in questi giorni a prendere in mano il tema dello sviluppo e a fare con la capacità che tutti gli riconoscono la parte fino a ieri in ombra del suo mestiere: frustare l’economia perché cresca, in particolare al Sud. Il Wall Street Journal Europe, che è un giornale globale non indulgente verso gli eccessi di spesa pubblica improduttiva, riferisce dei successi nella collocazione del debito italiano, sostiene che l’ultima vendita di titoli è «un’altra conferma» della solidità dei nostri conti per l’immediato; insomma gli analisti di Londra e di Francoforte sostengono che noi non abbiamo problemi urgenti e stressanti di governo delle nostre finanze, capaci come sono di sopportare un debito pubblico abnorme con un certo agio.
Se aggiungiamo l’analisi responsabile di Mario Draghi, il governatore di Bankitalia e candidato alla guida della Banca centrale europea convinto che «non siamo un paese a rischio» e che dobbiamo agganciare il treno tedesco (3,6 per cento di crescita del prodotto interno lordo contro l’1 e qualcosa per cento italiano), la conclusione non è poi così complicata: per lo sviluppo bisogna cominciare a fare sul serio, bisogna crederci, bisogna fissare obiettivi ambiziosi (quello di Silvio Berlusconi è il 3-4 per cento entro 5 anni), bisogna trovare risorse pubbliche e private e riformare il fisco in modo da liberare energie sociali.
Noi abbiamo nel Sud una eccezionale riserva. I dati calcolati secondo i nuovi standard dal professor Marco Fortis, pubblicati sul Sole 24 Ore, dicono che il Centro e il Nord sono un complesso economico nordeuropeo, che stiamo meglio della Francia e della Gran Bretagna, e che il paragone va fatto con la Baviera, con la Svezia, con i Paesi Bassi, ovvero con aree floride e solidissime dell’economia continentale. Il Mezzogiorno è stato una tradizionale zona grigia, ma con l’avvio a soluzione di alcuni problemi di sicurezza e certezza del diritto, realizzato in collaborazione da governo, Confindustria, sindacati e società civile, è possibile, a certe condizioni, trasformare la zavorra in oro. La condizione è che si accettino passaggi duri, difficili, in cui si ribaltano vecchie abitudini e si dice addio a una cultura della pigra tutela e protezione statale o corporativa in favore invece di una grande impresa civile di riscatto capitalistico e riformatore. La Campania, la Calabria e la Sicilia ne hanno un disperato bisogno.
A Mirafiori, ed è in sé un peccato ma è anche la precondizione per la salvezza di un disegno italiano della Fiat a base di investimenti, lavoro, ricerca, la Fiom non è più rappresentata e i lavoratori hanno accettato nuove condizioni che non sono rose e fiori. In Germania la ripresa oltre la tempesta dei mercati, e il recupero su antiche debolezze, è avvenuta per via delle leggi Hartz varate dalla socialdemocrazia di Gerhard Schröder all’inizio degli anni 2000, e se le diseguaglianze sono aumentate (sviluppo e diseguaglianza sono purtroppo parenti, specie quando ci si mette in cammino) ora la Daimler e altre grandi imprese distribuiscono una marea di quattrini ai dipendenti e premiano i guadagni di competitività in modo significativo. Quando dico che voglio discutere con Tremonti non chiedo di disastrare i conti, chiedo di correggere il debito pubblico, che è una percentuale sulla quale influisce la grandezza del pil, la misura della nostra produzione di ricchezza, con una forte iniezione di sviluppo ovvero su una via virtuosa e non depressiva. Lasciamo che un giornalismo gossiparo e manipolativo chiami questo un avvertimento o una rissa, e discutiamo.
Per esempio, il federalismo. Lo si sta facendo, come dimostrano gli studi di Luca Antonini pubblicati da Panorama, a costi invariati. O almeno, questo è l’obiettivo di una riforma tanto audace. Ma il potere si disloca territorialmente, appartiene di più alle comunità originarie, dove si formano il consenso politico e costituzionale al Paese unito e al suo sistema democratico. È anche un’idea di Tremonti, e delle migliori. Insieme con l’altra, la riforma dell’articolo 41 della Costituzione, per sostituire a una dizione parasovietica sui «fini e limiti sociali» dell’economia, che ci sono anche quelli ma si realizzano solo quando lo sviluppo libero crei vera ricchezza, una chiara enunciazione della libertà economica.
Caro Tremonti, non sono due grandi riforme che vanno nella direzione delle liberalizzazioni, che esigono di sbaraccare alcune vecchie costumanze dirigiste e stataliste ormai intollerabili? Conosco le critiche di Tremonti agli eccessi di mercatismo, a una globalizzazione spesso governata senza criterio, e condivido. Come grida patetico Alberto Sordi nei Vitelloni di Federico Fellini, mentre scappa da un gruppo di lavoratori che gliele vogliono suonare perché li ha spernacchiati: «Anch’io sono socialista!». Ma è Schröder, un socialdemocratico, e non Ronald Reagan che ha avviato, e non all’inizio degli anni Ottanta ma al principio degli anni Zero, il ciclo virtuoso della ripresa tedesca.
Si può obiettare al mercatismo come ideologia, ma non alla realtà del mercato. E tutto questo Tremonti non solo lo sa, può insegnarlo. E sta prendendo a dirlo con buona lena in questi giorni. Non credo, e lo ripeto per l’ennesima volta, che il ministro dell’Economia voglia restare in piedi solitario tra le macerie politiche del suo governo. Le sue ambizioni sono di grana più fina. Un Paese avvilito da una ingiusta cacciata di Silvio Berlusconi «con tutti i mezzi» sarebbe un Paese indisponibile a un eventuale buongoverno tremontiano e, nonostante la seduzione un po’ grossolana che Pier Luigi Bersani tenta di esercitare verso la Lega, il Nord ha tutto da perdere da un potere fondato sull’asse Fini-Vendola-Casini, personaggi minori di una brutta commedia all’italiana. Mi piacerebbe che Tremonti scendesse in campo, non per fare dell’attivismo berlusconiano, ci siamo già noi per la bisogna, ma per aiutare il Paese a risollevarsi e dare un significato di prospettiva, e un futuro, ai suoi stessi successi. Ho l’impressione che, con la cautela dovuta al suo ruolo, Tremonti sia già fuori dalla sua tana. Che sia in campo.

EnvisionStar Hosting

Vespa: Antiberlusconismo, la malattia infantile di Fli

22 febbraio 2011 in Opinioni



Ma che fanno, con tutto quel che accade fuori?». Vista così, vai a dargli torto a Gianfranco Fini. Silvio Berlusconi viene inchiodato dai magistrati di Milano e i moderati di Fli si mettono a frignare con i distinguo sulla linea politica? Proprio nel momento in cui l’antiberlusconismo militante vive i suoi giorni più alti di gloria? E invece il problema è proprio questo. Ci sono molti parlamentari di Futuro e libertà per l’Italia che si sono staccati dal Pdl perché immaginavano una scissione da destra. Ma non hanno nessun risentimento personale nei confronti del presidente del Consiglio e alcuni avevano detto in buona fede che non avrebbero mai votato contro il governo.

Il 14 dicembre, con il voto di fiducia del governo, al discorso violentissimo di Italo Bocchino, concordato con il presidente della Camera, si era affiancato un intervento duro, ma politicamente più calibrato, del presidente dei senatori Pasquale Viespoli. A due mesi di distanza, Viespoli continua a fare con onore il suo mestiere. Nel voto di fiducia sul «milleproroghe», mercoledì 16 febbraio, ha annunciato il voto contrario del suo gruppo e in effetti ha votato contro il governo insieme ad altri tre senatori. Ma degli altri sei due si sono astenuti, fra cui Giuseppe Menardi, uscito poi dal gruppo, e quattro si sono assentati, garantendo al governo una maggioranza più ampia del solito. Viespoli si era dimesso dopo l’assemblea costituente per dissensi con Fini ed era stato rieletto dai suoi colleghi proprio per la sua linea. Ma sa per primo di non poter reggere a lungo.
I rimproveri che i malpancisti muovono al presidente della Camera sono almeno quattro.

1. Fini avrebbe trasformato un’assemblea costituente in un normale congresso di partito con una maggioranza e una minoranza.

2. La linea politica sarebbe molto diversa da quella immaginata a suo tempo. Scivoloso sul tema delle alleanze, incerto sul terzo polo, Fini avrebbe rilanciato il bipolarismo in modo contraddittorio, tagliando i ponti con uno dei due poli. Resterebbe perciò soltanto l’altro, quello di sinistra.

3. Il ruolo vicario affidato a Bocchino, che non dice una sillaba in contrasto con Fini, e certi atteggiamenti dello stesso leader di Fli renderebbero legittime le polemiche sull’abbandono del profilo di destra istituzionale da parte del presidente della Camera indebolendone fortemente il ruolo.

4. Al momento dell’uscita dal governo, ci furono alcuni membri di Fli che fecero più sacrifici degli altri: di Fini, innanzitutto, che è restato al suo posto. Andrea Ronchi, Adolfo Urso, Viespoli si sono dimessi da ministro, viceministro e sottosegretario. L’affidamento a Bocchino e a Benedetto Della Vedova, ex radicale, dei due incarichi più importanti punirebbe i lealisti della prima ora spostando decisamente a sinistra la linea del partito.
Nella politica italiana, come da 16 anni ricorda la musica di Via col vento nella sigla di Porta a porta, domani è un altro giorno e fare previsioni è rischioso: l’impressione è che di qui a poco il gruppo al Senato potrebbe non esistere più. Potrebbe frantumarsi o formare un altro gruppo di parcheggio. Nel rammarico di non credere più che Fini possa essere il leader di una nuova destra italiana maggioritaria.

EnvisionStar Hosting

Mulè: La parzialità della giustizia

11 febbraio 2011 in Opinioni



L’eccesso di giustizia è uno strumento di malagiustizia. Il che non significa giustificare comportamenti che tendono a schivare la giustizia. Significa, all’opposto, che la giustizia per essere realmente credibile deve essere equa e imparziale senza mai dare contenuto a sospetti di partigianeria o peggio di acquiescenza verso una parte politica.

Le recenti azioni della procura della Repubblica di Roma, fuor di metafora, appaiono più improntate a un complesso di inferiorità – direi anche di emulazione – rispetto a quelle dei colleghi magistrati di Milano. E per questo scadono in quell’eccesso di giustizia che accennavo in premessa. L’iscrizione nel registro degli indagati del ministro degli Esteri, Franco Frattini, con l’ipotesi di avere abusato del suo ufficio in relazione alla vicenda della casa di Monte-Carlo è un esempio. L’inchiesta nasce dall’esposto di un privato cittadino che è anche un militante di Futuro e libertà e quindi avversario politico del Pdl. L’esposto ha avuto immediatamente seguito e, in tempo reale, ha meritato il rango di notizia di reato nonostante il codice assegni al pubblico ministero altre strade di valutazione preliminare. La procura non è stata capace di preservare il segreto che per legge dovrebbe tutelare i nomi iscritti nel registro degli indagati e la notizia è stata strumentalizzata in termini politici come dimostrazione di un comportamento scorretto da parte di Frattini.
Il caso di Gianfranco Fini è speculare e contrario: il 30 luglio il presidente della Camera era stato accusato di truffa in un esposto alla procura di Roma da privati cittadini militanti della Destra, e quindi avversari politici di Futuro e libertà, per la vicenda della vendita della casa di An a Monte-Carlo finita poi al cognato di Fini. La procura capitolina decise di non iscrivere Fini nel registro degli indagati ma avviò accertamenti. Il 26 ottobre, a conclusione delle indagini, i pubblici ministeri comunicarono alla stampa di avere iscritto Fini nel registro degli indagati e di avere chiesto in quello stesso giorno, guarda un po’, l’archiviazione della denuncia. I due casi e le due diverse procedure seguite dalla procura di Roma come possono non apparire in stridente contrasto logico prima ancora che giuridico? Come possono allontanare agli occhi di un osservatore quel sospetto di scarsa equità e e dubbia imparzialità?
C’è poi il caso di Anna Maria Greco, giornalista del Giornale, che rivela il contenuto di un procedimento disciplinare del Consiglio superiore della magistratura contro il pm Ilda Boccassini archiviato negli anni 80. La cronista scrive un servizio ineccepibile, si attiene al contenuto degli atti e non viola alcun segreto. La procura di Roma parte in quarta, mette sotto inchiesta la presunta fonte di Greco e invia i carabinieri a casa e in redazione della giornalista per una perquisizione degna del peggior criminale con tanto di ispezione corporale. Negli stessi giorni, i cronisti giudiziari di Milano pubblicano contenuti di atti addirittura secretati senza alcuna conseguenza.
È fin troppo evidente e lampante che, con questi comportamenti, la magistratura non fa altro che delegittimare se stessa. Non sfuggono ad alcuno il disprezzo e la rivolta delle toghe militanti contro il potere politico quale esso sia (ricordate il caso Mastella e la caduta del governo Prodi?). Questa parte della magistratura, purtroppo, ormai si configura  come un potere capace di calpestare qualsiasi regola, con una deriva inquisitoria e autoritaria in grado di soffocare lentamente ma inesorabilmente ogni forma di democrazia. Non c’è una Spectre che governa tutto ciò, intendiamoci. Ci sono, banalmente, alcuni magistrati (da Roma a Potenza, da Milano a Roma, da Napoli a Palermo, da Trani a Perugia) che ogni giorno – da anni – aizzano il conflitto con la politica. I risultati li avete sotto i vostri occhi.

Powered By WizardRSS

Berlusconi, Socrate e le leggi. Una risposta a Umberto Eco

11 febbraio 2011 in Opinioni


Di Giuseppe Panissidi

Finalmente. L’Espresso della scorsa settimana apre uno squarcio di luce sulle vere aspettative dell’intelligencija progressista nei confronti di Silvio Berlusconi. Le rappresenta con lucida precisione Umberto Eco, traendo dall’arena filosofica uno dei riferimenti più alti: la morte di Socrate.

Gonfio di commossa riconoscenza per questo onore insperato, anche il cavaliere, nuovo Socrate, dovrebbe bere la sua cicuta. Noblesse oblige: la nobiltà è d’obbligo, nella traduzione di Totò. Non importa se il filosofo greco fosse stato condannato ingiustamente in quanto pericoloso per la restaurata democrazia che, sconvolta dalla guerra del Peloponneso, guardava con sospetto a ogni manifestazione della libertà di pensiero.

Ciò che rileva è soltanto l’obbligo incondizionato della soggezione alla legge. Amenità del desiderio filosofico. Certamente Socrate, forte di un profondo sentimento religioso, e convinto dell’origine divina delle leggi, rifiutò la proposta dei suoi discepoli di fuggire dal carcere, rinunciando alla contestazione sia del processo che della condanna. Riteneva, infatti, che l’ingiustizia non è nelle leggi, ma negli uomini che le applicano male.

Quasi due millenni dopo, Dante Alighieri riformulerà il dilemma: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?” (Purgatorio, XVI). Vale a dire: chi e come le applica?  La scelta di Socrate, tuttavia, non implica la cieca adesione a un principio di  legalità  formale, l’invito a obbedire alle leggi sempre e comunque.

Rispetto della legge per lui non significa passiva acquiescenza alla norma. Anzi, nella sua lucida e dolente consapevolezza, quella tragica vicenda, mentre genera lo sfondo paradigmatico dell’ingiustizia, indica la via da seguire. Dimostra, cioè, che è nostro dovere impegnarci per modificare le leggi, al fine d’impedirne l’abuso da parte di uomini fallibili, costruendo il necessario consenso intorno a incisivi progetti di riforma. Socrate muore incolpevole – “vorreste che morissi colpevole?” – ma con un profondo rammarico: perché – è il rimprovero delle Leggi -  “non hai cercato di persuaderci se non facciamo bene qualcosa”. Non disponendo gli uomini di criteri assoluti di Giustizia-Verità, la sola possibilità di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è risiede nella conversazione morale e politica con gli altri.

Secondo Socrate, pertanto, l’unico modo di evitare la condanna era “convincere gli ateniesi attraverso il dialogo, per levare dal cuore la calunnia che vi ha messo radici così fitte e profonde”. Il dialogo con la polis, la virtù degli incontri, non il solipsismo speculativo senza comunità. La legge è per l’uomo, “nell’interesse della comunità” (Rudolf von Jhering) e non viceversa. Questo è incomparabilmente più vero oggi, nel contesto dei moderni ordinamenti giuridici democratici, ispirati a una concezione laica della legge e presidiati da un complesso sistema di garanzie – almeno virtuali – ignoto alla Costituzione dell’originaria democrazia ateniese. L’odierna fase di storia e di cultura aborre distorsioni siffatte, come quella rappresentata nel bel film di Dino Risi “In nome del popolo italiano”: il giudice istruttore (Tognazzi) bruciando un diario, sopprime la sola prova dell’innocenza di un imprenditore indagato (Gassman).

Un abominio contro la civiltà giuridica ed etica, curiosamente richiamato – come esempio da imitare? – in un articolo di Eugenio Scalfari riguardo ai rapporti tra la magistratura e Berlusconi. Gli fa eco  Umberto Eco, quando immagina il cavaliere “nelle mani della magistratura”. Voce dal sen fuggita, sulle radici del senso di (in)giustizia, geografia morale del disvalore. Socrate lamenta, in sua difesa, di “non avere avuto il tempo” per adoperarsi a correggere le leggi di Atene. Il premier, che – assicura – non aspira alla santità, e non è una meteora,  un po’ di tempo ce l’ha. Per Socrate. E per tutti. “Se vuoi sapere che cosa è uno Stato e il suo diritto, la sua giustizia e la sua libertà, devi solo domandarti quanti innocenti tiene in prigione e quanti criminali lascia in libertà” ( Ivo Andric).

Powered By WizardRSS

Romano: Modello turco per l’Egitto

11 febbraio 2011 in Opinioni



Al Jazeera, la televisione araba del Qatar, ha dato grande rilievo negli scorsi giorni al ritorno in Tunisia di Rashid Ghannushi, leader in esilio del partito islamista Rinascita. Le immagini della folla che si stringeva intorno all’esule nell’aeroporto di Tunisi sembravano alludere, nelle intenzioni di Al Jazeera, a un altro ritorno: quello dell’ayatollah Ruhollah Khomeini a Teheran il 1° febbraio 1979. Contemporaneamente al Cairo la Fratellanza musulmana, casa madre per molti decenni dell’integralismo islamico, annunciava che avrebbe sostenuto Mohamed el-Baradei, premio Nobel per la pace e ormai leader dell’opposizione egiziana al regime di Hosni Mubarak.

Molti si chiedono da allora se la piazza in rivolta, nelle città egiziane e tunisine, non stia inconsapevolmente lavorando per l’ala radicale dell’Islam. Israele lo teme e si prepara al peggio. Gli Stati Uniti raccomandano moderazione e una transizione dolce verso la democrazia: parole dietro le quali si nasconde il desiderio che il regime di Mubarak non venga interamente travolto dalla folla. L’Unione Europea ha più o meno lo stesso atteggiamento. Le democrazie esaltano la volontà popolare e i diritti umani perché questa è l’ortodossia dell’Occidente, il canone linguistico e retorico a cui nessun governo può rinunciare. Ma hanno soprattutto bisogno di sicurezza e stabilità: due beni che i regimi polizieschi del Nord Africa, nei limiti delle loro possibilità, hanno garantito. Le nostre preoccupazioni, quindi, sono certamente legittime. Sono anche giustificate? Conosciamo male la galassia islamista e non abbiamo prestato sufficiente attenzione al suo ruolo nelle società nazionali del Medio Oriente e ai suoi mutamenti.

La Fratellanza, Hamas e Hezbollah non sono soltanto organizzazioni confessionali con una forte propensione (la seconda e la terza) alla lotta armata. Sono anche battaglioni di medici, avvocati, infermieri, maestri di scuola e assistenti sociali. Non basta. In questi ultimi anni il numero di coloro che speravano nella rivoluzione musulmana è andato progressivamente diminuendo. Qualcuno ha capito che certi slogan («la soluzione di ogni problema è l’Islam») sono difficilmente credibili, anche in società solo parzialmente moderne e poco secolarizzate. Molti hanno assistito con crescente interesse a quello che accadeva in Turchia dove un partito musulmano dimostrava di essere rispettoso della tradizione religiosa, ma anche democratico e capace di creare le condizioni di uno straordinario dinamismo economico. La Turchia è sempre stata il principale laboratorio politico della regione, il modello da studiare e imitare.

Dopo la fine dell’era coloniale, gli eserciti degli stati mediorientali hanno svolto nei loro paesi una funzione simile, in peggio, a quella dell’esercito nella repubblica turca; e tutti i colonnelli che hanno conquistato il potere nella regione, da Gamal Nasser a Muammar Gheddafi, si erano diplomati alla scuola del grande Kemal Atatürk. Oggi Istanbul rappresenta per la borghesia araba ciò che Londra, Parigi e New York hanno rappresentato per le borghesie europee fra l’Ottocento e il Novecento. È dunque particolarmente significativo l’invito rivolto dal presidente turco Recep Ergogan al collega egiziano Hosni Mubarak a farsi da parte. Questo non significa che la transizione egiziana sia priva di rischi. Significa che, se l’Egitto cambia e trascina con sé altri paesi, anche noi dovremo rivedere le nostre idee, rinunciare a qualche vecchio cliché e cambiare la nostra politica estera.

Powered By WizardRSS