Ferrara: Qualche consiglio a Tremonti
22 febbraio 2011 in Opinioni
Polemizzare con Giulio Tremonti, discutere con il ministro dell’Economia, porgli dei problemi non è atto di lesa maestà. Tremonti sarebbe il primo a convenirne. Tanto più che il punto di partenza nel chiedere al titolare del Tesoro maggiore attenzione al piano per la crescita, per lo sviluppo del Sud, all’idea di una frustata sul groppone dell’economia reale, via liberalizzazioni, riforme di struttura, incentivazione della concorrenza e investimenti pubblici e privati, è un suo successo, non una sua sconfitta.
Questo Tremonti lo ha capito, tanto è vero che ha cominciato in questi giorni a prendere in mano il tema dello sviluppo e a fare con la capacità che tutti gli riconoscono la parte fino a ieri in ombra del suo mestiere: frustare l’economia perché cresca, in particolare al Sud. Il Wall Street Journal Europe, che è un giornale globale non indulgente verso gli eccessi di spesa pubblica improduttiva, riferisce dei successi nella collocazione del debito italiano, sostiene che l’ultima vendita di titoli è «un’altra conferma» della solidità dei nostri conti per l’immediato; insomma gli analisti di Londra e di Francoforte sostengono che noi non abbiamo problemi urgenti e stressanti di governo delle nostre finanze, capaci come sono di sopportare un debito pubblico abnorme con un certo agio.
Se aggiungiamo l’analisi responsabile di Mario Draghi, il governatore di Bankitalia e candidato alla guida della Banca centrale europea convinto che «non siamo un paese a rischio» e che dobbiamo agganciare il treno tedesco (3,6 per cento di crescita del prodotto interno lordo contro l’1 e qualcosa per cento italiano), la conclusione non è poi così complicata: per lo sviluppo bisogna cominciare a fare sul serio, bisogna crederci, bisogna fissare obiettivi ambiziosi (quello di Silvio Berlusconi è il 3-4 per cento entro 5 anni), bisogna trovare risorse pubbliche e private e riformare il fisco in modo da liberare energie sociali.
Noi abbiamo nel Sud una eccezionale riserva. I dati calcolati secondo i nuovi standard dal professor Marco Fortis, pubblicati sul Sole 24 Ore, dicono che il Centro e il Nord sono un complesso economico nordeuropeo, che stiamo meglio della Francia e della Gran Bretagna, e che il paragone va fatto con la Baviera, con la Svezia, con i Paesi Bassi, ovvero con aree floride e solidissime dell’economia continentale. Il Mezzogiorno è stato una tradizionale zona grigia, ma con l’avvio a soluzione di alcuni problemi di sicurezza e certezza del diritto, realizzato in collaborazione da governo, Confindustria, sindacati e società civile, è possibile, a certe condizioni, trasformare la zavorra in oro. La condizione è che si accettino passaggi duri, difficili, in cui si ribaltano vecchie abitudini e si dice addio a una cultura della pigra tutela e protezione statale o corporativa in favore invece di una grande impresa civile di riscatto capitalistico e riformatore. La Campania, la Calabria e la Sicilia ne hanno un disperato bisogno.
A Mirafiori, ed è in sé un peccato ma è anche la precondizione per la salvezza di un disegno italiano della Fiat a base di investimenti, lavoro, ricerca, la Fiom non è più rappresentata e i lavoratori hanno accettato nuove condizioni che non sono rose e fiori. In Germania la ripresa oltre la tempesta dei mercati, e il recupero su antiche debolezze, è avvenuta per via delle leggi Hartz varate dalla socialdemocrazia di Gerhard Schröder all’inizio degli anni 2000, e se le diseguaglianze sono aumentate (sviluppo e diseguaglianza sono purtroppo parenti, specie quando ci si mette in cammino) ora la Daimler e altre grandi imprese distribuiscono una marea di quattrini ai dipendenti e premiano i guadagni di competitività in modo significativo. Quando dico che voglio discutere con Tremonti non chiedo di disastrare i conti, chiedo di correggere il debito pubblico, che è una percentuale sulla quale influisce la grandezza del pil, la misura della nostra produzione di ricchezza, con una forte iniezione di sviluppo ovvero su una via virtuosa e non depressiva. Lasciamo che un giornalismo gossiparo e manipolativo chiami questo un avvertimento o una rissa, e discutiamo.
Per esempio, il federalismo. Lo si sta facendo, come dimostrano gli studi di Luca Antonini pubblicati da Panorama, a costi invariati. O almeno, questo è l’obiettivo di una riforma tanto audace. Ma il potere si disloca territorialmente, appartiene di più alle comunità originarie, dove si formano il consenso politico e costituzionale al Paese unito e al suo sistema democratico. È anche un’idea di Tremonti, e delle migliori. Insieme con l’altra, la riforma dell’articolo 41 della Costituzione, per sostituire a una dizione parasovietica sui «fini e limiti sociali» dell’economia, che ci sono anche quelli ma si realizzano solo quando lo sviluppo libero crei vera ricchezza, una chiara enunciazione della libertà economica.
Caro Tremonti, non sono due grandi riforme che vanno nella direzione delle liberalizzazioni, che esigono di sbaraccare alcune vecchie costumanze dirigiste e stataliste ormai intollerabili? Conosco le critiche di Tremonti agli eccessi di mercatismo, a una globalizzazione spesso governata senza criterio, e condivido. Come grida patetico Alberto Sordi nei Vitelloni di Federico Fellini, mentre scappa da un gruppo di lavoratori che gliele vogliono suonare perché li ha spernacchiati: «Anch’io sono socialista!». Ma è Schröder, un socialdemocratico, e non Ronald Reagan che ha avviato, e non all’inizio degli anni Ottanta ma al principio degli anni Zero, il ciclo virtuoso della ripresa tedesca.
Si può obiettare al mercatismo come ideologia, ma non alla realtà del mercato. E tutto questo Tremonti non solo lo sa, può insegnarlo. E sta prendendo a dirlo con buona lena in questi giorni. Non credo, e lo ripeto per l’ennesima volta, che il ministro dell’Economia voglia restare in piedi solitario tra le macerie politiche del suo governo. Le sue ambizioni sono di grana più fina. Un Paese avvilito da una ingiusta cacciata di Silvio Berlusconi «con tutti i mezzi» sarebbe un Paese indisponibile a un eventuale buongoverno tremontiano e, nonostante la seduzione un po’ grossolana che Pier Luigi Bersani tenta di esercitare verso la Lega, il Nord ha tutto da perdere da un potere fondato sull’asse Fini-Vendola-Casini, personaggi minori di una brutta commedia all’italiana. Mi piacerebbe che Tremonti scendesse in campo, non per fare dell’attivismo berlusconiano, ci siamo già noi per la bisogna, ma per aiutare il Paese a risollevarsi e dare un significato di prospettiva, e un futuro, ai suoi stessi successi. Ho l’impressione che, con la cautela dovuta al suo ruolo, Tremonti sia già fuori dalla sua tana. Che sia in campo.














