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Feltri: Napolitano è diventato presidenzialista

29 marzo 2011 in Opinioni



Giorgio Napolitano è il migliore dei presidenti della Repubblica. Dal punto di vista estetico, s’intende. Quando fu eletto nel 2006 dalla maggioranza di centrosinistra, che aveva appena vinto le consultazioni politiche grazie a Romano Prodi, molti pensarono fosse resuscitato. In effetti era sparito dalla circolazione, quantomeno dalla scena. Invece era vivo, forse anche a sua insaputa. Ma nel giro di poche settimane dimostrò che il Quirinale fa bene alla salute del corpo e della mente.
Napolitano vi entrò con passo incerto, un po’ curvo e appesantito dagli anni. Ma già alla sua prima uscita si fece ammirare come se avesse affrontato una cura prodigiosa di ringiovanimento. Dritto come un fuso, impettito, pieno di vigore e soprattutto lucidissimo. E cominciò a fare sentire la sua voce in un crescendo di autorevolezza dovuta alla padronanza del «mestiere». Gli italiani osservarono con stupore e ammirazione la crescita dell’uomo, da vecchio comunista duro e puro a rappresentante della più alta carica di uno Stato democratico e liberale, per non dire borghese, un termine che attende ancora di essere completamente sdoganato.
Alla luce di questa evoluzione, non sorprende che il signor presidente abbia assunto un ruolo decisivo anche nella drammatica circostanza della guerra a Muammar Gheddafi. Nessuno più di lui ha manifestato tanta convinzione nell’affermare la necessità di partecipare alle operazioni belliche. Ha detto sì senza muovere ciglio alla risoluzione dell’Onu, spiazzando Silvio Berlusconi che invece era e continua a essere titubante, data la sua amicizia con il tiranno nordafricano col quale, tra l’altro, aveva sottoscritto un trattato di collaborazione economica. La risolutezza di Napolitano nel caldeggiare la missione militare ha, in pratica, costretto gran parte della maggioranza e dell’opposizione ad adeguarsi ai desiderata del Quirinale, e il premier, dinanzi a una sorta di unanimismo, ha dovuto piegarsi (malvolentieri). A questo punto ci si è chiesti come mai in una democrazia parlamentare quale la nostra il capo dello Stato di fatto contasse di più sia del premier sia dello stesso Parlamento che ha programmato la discussione e il voto sulla guerra una settimana dopo averla iniziata. E qui bisogna ricollegarsi all’accennata metamorfosi di Napolitano: da notaio supremo della Repubblica e custode della Costituzione, nonché dell’unità nazionale, a vero e proprio leader morale del Paese.
Ormai il presidente è visto e considerato come una guida illuminata e la sua parola è ascoltata con tale rispetto che nessuno osa contraddirla. Altri capi dello Stato in verità avevano tentato di essere e di fare le medesime cose, ma ci erano riusciti a metà: Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi (per tacere di Sandro Pertini, un caso particolare). Napolitano sembrava non avesse le carte in regola per prendere in mano, senza destare perplessità, il timone del Paese, in quanto la sua storia politica affondava le radici nel comunismo ortodosso, viceversa è stato in grado di far dimenticare certe ombre e adesso oltre il 70 per cento degli italiani ha fiducia in lui, e lo segue.
Tutto questo però stride con la logica. Infatti ogniqualvolta un partito accenna all’opportunità di trasformare la repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, viene zittito quasi avesse bestemmiato. Insomma il presidenzialismo è proibito sulla carta, ma può essere esercitato in forma surrettizia. Come la guerra: non si può dire, ma si può fare.



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Mulè: l’errore di Sarkò

29 marzo 2011 in Opinioni



Era il 4 marzo. Poche ore dopo l’elezione dell’italianissimo Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, a presidente del Comitato economico e finanziario dell’Unione Europea (un organismo strategico fondamentale perché istruisce, concretamente, i lavori dell’Ecofin, cioè del consiglio che «governa» l’economia europea), Giulio Tremonti chiamò il suo omologo francese. Gli spifferi raccontano che il nostro ministro commentò con spirito cavalleresco l’elezione di Grilli che aveva avuto la meglio sul candidato d’Oltralpe Ramon Fernandez. Prima di congedarsi, Tremonti tuttavia non resistette a una delle sue battute, eleganti quanto perfide e sagaci: «Insomma, vi abbiamo battuto nel vostro sport preferito: occupare posti».

Nella battuta attribuita a Tremonti c’è molta verità. Non scopriamo oggi la cosiddetta grandeur francese, la storia è lastricata di fughe in avanti, ancorché molto avventurose, dei «cugini» in ogni segmento della vita politica ed economica. Per una sorta di autoproclamazione i francesi hanno sempre pensato e creduto di essere una spanna sopra chiunque e in tutti i campi: da quello commerciale a quello militare. Il caso ha voluto che, nel 2011, siano venuti a galla nello stesso momento questi due aspetti della loro baldanza. Nella questione libica tutto è da ricondurre a una frettolosa iniziativa militare. Si tratta di una forma di interventismo che affonda le radici, ancora una volta, in una presunta superiorità che non ha alcun riscontro.

Questo sfrenato e irresistibile bisogno di mostrare i muscoli, di cui Nicolas Sarkozy rappresenta l’icona tangibile, ha portato la Francia a incassare nel breve volgere di qualche giorno un ridimensionamento che ovviamente non sarà mai ammesso dall’Eliseo. Esasperare con i missili e i raid aerei la polveriera libica ha infatti prodotto un velocissimo ricompattamento intorno alla Nato. La decisione unilaterale francese di attaccare (con il determinante appoggio della Gran Bretagna e degli Stati Uniti) ha ancora una volta svuotato di ruolo le Nazioni Unite di cui la Francia si è fatta scudo con un’interpretazione «estensiva» e pericolosa della risoluzione 1973, approvata a maggioranza dal Consiglio di sicurezza e nella quale non si autorizza in alcun modo l’intervento dei caccia ma si parla unicamente di protezione dei civili e delle aree popolate da civili.      L’esperienza dell’Iraq, con la moltitudine di ispettori che accertò le violazioni commesse dal regime di Saddam Hussein e precedette la decisione di intervenire militarmente, non è servita: in Libia sono bastati i commenti di Al Jazeera per stabilire che bisognava attaccare senza indugio. Solo un’iniziativa congiunta e condivisa dell’Alleanza atlantica, con la forza che ne deriva, può invece produrre effetti reali: senza strappi, senza un’inutile esposizione di muscoli utile alla tradizionale arrogance francese ma deleteria per gli equilibri internazionali. C’è poi l’altra guerra, quella commerciale deflagrata con il tentativo della Lactalis di rilevare la Parmalat. Bene ha fatto il governo a varare il decreto legge antiscalate su alcuni settori strategici, compreso quello agroalimentare. Non si tratta qui di una difesa antistorica dell’italianità, ma di un argine necessario che rende giustizia a un mal interpretato concetto di liberalismo. Con la Francia, infatti, il liberalismo è sempre stato a senso unico con buona pace della reciprocità: le nostre imprese sono state sempre respinte con perdite ogni volta che hanno tentato di acquisire aziende transalpine (basta ricordare i casi dell’energia, delle autostrade, delle ferrovie) grazie a una barriera nazionalistica e protezionista creata ad hoc dalla Repubblica Francese per frantumare d’imperio ogni velleità italiana. Al contrario, invece, i francesi hanno sempre potuto fare shopping in casa nostra e in tutti i settori, compresi quelli fondamentali e nevralgici per il sistema Paese. Per questo il decreto varato mercoledì 23 marzo dal governo era necessario e non più rinviabile. Per una volta tanto la grandeur va in soffitta. Al di là delle Alpi devono ogni tanto ricordare che nella loro storia non c’è solo il generale Napoleone. C’è anche il generale Cambronne.



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Vespa: Libia, la mediazione di Berlusconi

29 marzo 2011 in Opinioni



In questi giorni Silvio Berlusconi è un leone in gabbia. L’incarnazione del Male Assoluto, come lo dipingono i suoi avversari, è in realtà un pacifista convinto, un moderato portato alla mediazione che rifugge ogni soluzione violenta dei problemi.

Quando telefonò a George W. Bush subito dopo l’attentato alle Torri gemelle, gli consigliò di ragionare a mente fredda, di non reagire d’impulso all’enormità dell’attacco. Raccontando l’episodio, Berlusconi mi disse che il presidente americano gli aveva dato ascolto. È un fatto che l’attacco all’Afghanistan, sala operativa di Al Qaeda e di Osama Bin Laden, arrivò soltanto un mese dopo e sotto il cappello delle Nazioni Unite (quanti avrebbero immaginato che 10 anni dopo saremmo restati ancora lì e che difficilmente l’ultimo soldato occidentale se ne andrà prima del 2014?). L’ironia della storia italiana vuole che il capo della destra sia in fatto di interventi bellici assai più moderato di Massimo D’Alema, che dal 1994 è, piaccia o no, la figura di riferimento più importante della sinistra.

Secondo Francesco Cossiga, nell’ottobre del 1998 D’Alema diventò il primo presidente del Consiglio «comunista» – grazie anche ai suoi «quattro gatti» e ai transfughi di Clemente Mastella – dopo avere dato agli Stati Uniti garanzie che l’Italia sarebbe stata in prima fila nella guerra contro la Serbia di Slobodan Milosevic. Essendo sua la responsabilità politica del conflitto, D’Alema assunse di fatto anche i poteri di ministro della Difesa con grande imbarazzo di Carlo Scognamiglio che offriva signorilmente le dimissioni ogni settimana senza tuttavia andare mai fino in fondo. E i nostri Tornado sganciarono i missili sulle difese antiaeree serbe prima che il Parlamento ne fosse informato. Era il primo atto bellico dell’Italia dopo la fine della Seconda guerra mondiale e Armando Cossutta, capo dei Comunisti italiani e alleato di governo di D’Alema, apprese la notizia nello studio di Porta a porta.
Oggi Berlusconi è un leone in gabbia perché, comunque si muova, l’Italia ha tutto da rimettere in questa storia. Il suo annuncio nobile e frettoloso («Non abbiamo sparato e non spareremo») è frutto più di carattere che di strategia. Come quel «mi dispiace per Gheddafi», così sincero e così poco furbo. Sofferenza e imbarazzo sono reali. Abbiamo (avevamo) un trattato di amicizia e di cooperazione con la Libia a tutela di enormi interessi economici (imprese) e sociali (immigrazione) e non è gradevole trovarsi in guerra contro un alleato ripetendo la maledizione che ci vuole da almeno cent’anni in conflitto con un ex partner.
Solo gli ipocriti possono rimproverare al Cavaliere questo patto visto che, quando fu firmato, da sinistra non si mancò di ricordare che D’Alema e Romano Prodi ne avevano gettato le basi. Al tempo stesso la collocazione geopolitica non ci consente di assumere una posizione come quella tedesca, che ci avrebbe fatto riempire ugualmente di contumelie dalle due parti in conflitto e in più avrebbe segnato la resa italiana nei confronti della Francia. Abbiamo ragione di credere che i nostri servizi segreti si muovano a tutto campo, con il vecchio regime e con i capi di quello che non si sa se e quando diventerà il nuovo. Non è ambiguità, è realpolitik. Gli uomini di Gheddafi e gli insorti sembrano avere una posizione comune nel sollecitare una mediazione italiana. Riuscirà Berlusconi ad approfittarne, spiazzando il bellicismo del suo amico Sarkò?



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Romano: Ma un intervento militare in Libia sarebbe pericoloso

8 marzo 2011 in Opinioni



Il mondo arabo potrebbe riservarci ancora molte sorprese, ma il quadro è un po’ più leggibile di quanto fosse negli scorsi giorni. In Egitto la transizione è nelle mani dell’esercito, vale a dire di una forza conservatrice che non ha alcuna intenzione di rinunciare al proprio ruolo, ma sembra comprendere che non è possibile tornare alla democrazia autoritaria di Hosni Mubarak.

In Tunisia la piazza continua a manifestare, ma il paese ha discrete istituzioni, ereditate in parte dalla colonizzazione francese, e un gruppo di notabili che potrebbero, con l’aiuto dell’Europa, dare una risposta alle richieste dei giovani e riprendere in mano il controllo del paese. Nello Yemen il presidente Ali Abdullah Saleh potrebbe uscire dalla crisi con l’aiuto delle tribù, anche se alquanto malconcio, e restare al potere fino al 2013. Nel Golfo Persico gli emiri cercheranno di comperare la stabilità con i proventi del petrolio e sembrano comunque meno esposti dei presidenti repubblicani alla protesta popolare.

Le crisi sono interdipendenti e ciascuna di esse può avere un’influenza sulla evoluzione delle altre. Non sappiamo per esempio se la Tunisia riuscirà a gestire la crisi umanitaria provocata dai profughi che si accalcano sulla sua frontiera con la Libia. Non sappiamo che cosa accadrebbe in Egitto se tutti i lavoratori egiziani in Libia (circa 1 milione) tornassero in patria e andassero a ingrossare le file di coloro che, dopo l’aumento dei prezzi delle derrate alimentari, sono precipitati al di sotto della soglia di povertà. Ma l’Egitto è un vecchio paese, dotato di una naturale saggezza, e i suoi generali non sono stupidi.
Il vero problema, quindi, è la Libia. Come negli altri paesi della regione la rivolta non ha un leader e non è l’espressione di una forza d’opposizione. Ma il paese, a differenza dei suoi vicini, non ha istituzioni vecchie e rodate, capaci di garantire la continuità dello stato. Ha soltanto Muammar Gheddafi, il libretto verde, comitati popolari di cartapesta, milizie al servizio del colonnello e, beninteso, le tribù, vale a dire la più primitiva e la più difficilmente governabile delle organizzazioni sociali. Questo non significa che la Libia sia totalmente priva di una classe dirigente pronta ad assumere le responsabilità del potere.
Vi sono generali che hanno deciso, sia pure tardivamente, di schierarsi con gli insorti. Vi sono magistrati che vorrebbero fare il loro mestiere senza dover firmare sentenze già scritte dal colonnello, come accadde nel primo processo contro le infermiere bulgare, fantasiosamente accusate di avere inoculato i germi dell’aids nei bambini di Bengasi. Vi sono diplomatici che hanno abbandonato Gheddafi, come due ambasciatori che conoscono bene l’Italia: Muhammed Abdulrramahan Shalgam, ora all’Onu dopo essere stato rappresentante della Libia a Roma dal 1984 al 1995, e Abdulhafed Gaddur, regista delle visite di Gheddafi a Roma. Ma non esiste ancora un patto che li unisca, un programma comune da cui emergano le grandi linee di una possibile transizione. Il maggiore rischio, a questo punto, è quello di un lungo conflitto civile tra gli uomini di Gheddafi e una rivolta pressoché acefala in cui l’arbitro, alla fine, potrebbero essere le 30 tribù che hanno maggiore importanza nella storia del paese.
Di fronte alla crisi libica l’intera Unione Europea (con qualche difficoltà in più per l’Italia) è sostanzialmente impotente. Possiamo aiutare la Tunisia e l’Egitto a gestire il flusso dei profughi, possiamo bloccare le coste libiche per impedire l’arrivo di armi e munizioni, possiamo creare campi di accoglienza per chi riesce a fuggire dal paese. Ma a quanti parlano di una missione militare per scopi umanitari converrà ricordare che chi interviene in un paese afflitto da una guerra civile è costretto a diventare, prima o dopo, combattente.

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Vespa: Chiudere in casa i nostri figli?

8 marzo 2011 in Opinioni



Torniamo alla domanda che ci facemmo l’indomani del 26 novembre: si può sparire in 700 metri di strada in un paese tranquillo della Bergamasca o dovunque altro in Italia? Hanno ragione i genitori a sostenere che non si possono lasciare soli i figli nemmeno per pochi passi quando fa buio? Si può rispondere con un sì e con un no. Sì di fronte all’evidenza. No, secondo logica.
Il caso di Yara è assolutamente eccezionale (di qui l’enorme interesse della gente e il relativo clamore mediatico) e non può giustificare lo sconvolgimento di abitudini consolidate. Non c’è un orco a ogni angolo di strada: se dovessimo scortare i nostri figli e i nostri nipoti di 13 anni anche per 700 metri di strada battuta centinaia di volte senza rischi, vivremmo in uno stato d’assedio inaccettabile.
Yara è un unicum. Perché non solo è sparita nei 700 metri che dividono la palestra in cui era andata a portare un registratore al posto della sorella, ma è sparita nell’arco di pochi minuti. Dalle 18.45 del 26 novembre alle 18.55 il suo cellulare era certamente in funzione: Yara ha inviato e ricevuto messaggi. Alle 19.01 è risultato spento alla chiamata della madre. La ragazzina era via nel nulla, salvo ricomparire morta esattamente tre mesi dopo a 9 chilometri da casa, a pochi passi da una affollatissima discoteca, da un grande capannone industriale provvisto di telecamere e dal comando operativo delle ricerche.
Il corpo di Yara è stato lasciato lì forse al momento stesso del delitto o subito dopo e non porta tracce evidenti di violenza sessuale. Gli investigatori fanno molto affidamento sulle sostanze quasi impercettibili, ma preziosissime, rimaste attaccate alle unghie della vittima: segno di una difesa e auspicabilmente di un contatto organico con l’assassino.
È poco verosimile che in soli sei minuti, tra le 18.55, quando Yara esaurisce i suoi messaggi, e le 19.01, quando va a vuoto la chiamata della madre, la ragazzina sia stata rapita e costretta al silenzio. È meno improbabile che Yara all’uscita della palestra sia salita sull’auto di una persona di cui si fidava al punto di giocare con il cellulare accorgendosi soltanto tardi che il suo accompagnatore aveva preso una strada diversa da quella concordata. Se questo è vero – e solo per questo aspetto – la vicenda di Brembate Sopra rientra nella tragica normalità della violenza su minorenni. Nella gran parte dei casi, infatti, i nostri bambini o adolescenti sono vittime di persone della cerchia familiare o comunque a diverso titolo vicine alla famiglia.
Se dunque c’è una conclusione da trarre, è la più amara: piuttosto che impedire a figli e nipoti di percorrere da soli un breve tratto di strada, dobbiamo vigilare su noi stessi e su chi abbiamo intorno.

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Mulè: A cosa serve l’8 marzo

8 marzo 2011 in Opinioni



L’8 marzo, festa della donna, è alle porte. Nel Paese dei legittimati e dei delegittimati, dei puri e degli impuri, state certi che sarà occasione di scontro e di divisione. Come lo sono il 25 aprile, il 1° maggio, il 2 giugno, e come sarà, statene altrettanto certi, il nascituro 17 marzo, festa dell’Unità d’Italia.

Sono tutte ricorrenze che si trasformano in sabba politici, in penose discussioni sulle legittimità (siamo sempre lì) di un determinato soggetto a poter partecipare o meno. Sulla festa dell’8 marzo è facile prevedere bacchettoni e moralisteggianti, oltre ai soliti immancabili telegiullari travestiti da giornalisti, indicare severi l’illegittimità (ovvio) del presidente del Consiglio a spendere una sola parola di riconoscenza e ammirazione verso le donne. I presunti custodi del Pensiero Corretto, si sa, non permettono alcuna riflessione ma pretendono una dichiarazione senza se e senza ma in nome di una iconoclastia che vede come unico fine quello di sporcare sempre e comunque l’immagine del nemico da abbattere. Questo atteggiamento ha un effetto deleterio, che è proprio l’assunto di partenza da cui muove l’accusa: «usare» le donne e la loro festa come strumento di lotta politica e svuotare conseguentemente di significato un’occasione importante quale dovrebbe continuare a essere l’8 marzo.

Il rispetto sacro verso la donna in tutte le sue accezioni (personali e professionali) non è ancora, purtroppo, patrimonio comune di tutti gli italiani, alcuni dei quali continuano a vedere patologicamente l’altra metà del cielo come una «proprietà». L’8 marzo resta pertanto una festa importante perché rende omaggio alle donne che sono riuscite a liberarsi dei propri aguzzini anche a costo di pagare un elevatissimo prezzo. È la festa delle mogli e delle fidanzate che, grazie anche a una innovativa legge in vigore da due anni, sono riuscite, per esempio, a liberarsi dalla persecuzione di uomini indegni.

I numeri dicono che, in questo breve spazio di tempo, le denunce e gli arresti sono cresciuti in modo esponenziale. Sappiamo che il fenomeno è enorme. Proprio grazie all’esperienza fornita dall’applicazione della nuova legge è arrivato, però, il momento di ragionare su alcuni correttivi. La prevenzione dei reati commessi dagli stalker, purtroppo, si è infatti spesso dimostrata non sufficiente.  Gli episodi di donne che avevano denunciato – e talvolta in modo reiterato – le molestie non sono serviti, in diversi casi, a evitare tragedie. Il meccanismo si è inceppato e non è ammissibile che lo Stato non sia in grado di proteggere cittadini che segnalano, a ragione, di trovarsi in pericolo di vita. Bisogna avere, dunque, l’umiltà di partire dagli errori commessi nell’attuazione pratica della legge, siano essi di valutazione o peggio di superficialità, e mettere subito mano ai necessari rimedi. Così come è avvenuto per la normativa antimafia, modellata continuamente sulla base delle esperienze acquisite sul campo.  Sarà questo il miglior modo per festeggiare l’8 marzo, al riparo dalle litanie consunte di chi invece vuole appropriarsi di una ricorrenza, disprezzando di fatto tutto ciò che alle donne sta veramente a cuore.

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Vespa: che cosa ci insegna la crisi libica

2 marzo 2011 in Opinioni



Era ancora notte alle 5.15 del 16 febbraio quando uscimmo dal piccolo albergo di charme nella città vecchia di Tripoli per prendere il volo per Roma delle 6.50. Pochi istanti dopo notammo in piazza Verde, la più grande della capitale, una cinquantina di giovani che gridavano slogan in favore di Muammar Gheddafi agitando bandiere e ritratti del leader. Se gli uomini del colonnello promuovono manifestazioni in suo favore, pensai, probabilmente se ne aspettano di contrarie. Ma il clima della città era tranquillo, anche se i principali incroci stradali erano discretamente presidiati da pattuglie dell’esercito. Piazza Verde manteneva comunque quell’aria di casa nostra degli anni Trenta che tanti scorci di Tripoli conservano ancora. Non c’era una particolare vigilanza nemmeno attorno alla prima cerchia di mura che avvolge l’immenso complesso militare alla periferia della città dove abita Gheddafi. Sulla strada dell’aeroporto enormi cartelli inneggiavano al regime con grandi foto del leader e una gigantografia dell’incontro tra Gheddafi e Silvio Berlusconi che nel 2009 ha sanato cinquant’anni di controversie coloniali fra Italia e Libia, facendo del nostro Paese il primo partner commerciale della Libia.
Niente lasciava immaginare quel che sarebbe accaduto poche ore dopo. La sera prima, in ambasciata, mi avevano detto di aspettarsi qualcosa a Bengasi, area tradizionalmente insofferente nei confronti del leader, dove sciaguratamente il 17 febbraio coincide con l’anniversario del 2006 quando Roberto Calderoli mostrò in televisione la maglietta con la caricatura di Maometto. La folla assalì il nostro consolato di Bengasi, la polizia sparò, ci furono 11 morti. Sentimenti antiitaliani non sembrano essercene, ma il 17 febbraio ha mantenuto un profondo significato antiregime.
È noto che le grandi rivoluzioni della storia accadono all’improvviso. Helmut Kohl non si aspettava la caduta del Muro di Berlino la mattina del giorno in cui avvenne (e meno che mai se l’aspettava Mikhail Gorbaciov). Non si  può schernire perciò la miopia diplomatica dinanzi all’impreparazione per quel che è accaduto a Tunisi e al Cairo, prima che a Tripoli. Ma dalla Libia davvero nessuno si aspettava la rivoluzione perché il legittimo desiderio di libertà non si affianca alla fame. Se il reddito pro capite degli egiziani è di 2.100 dollari all’anno e quello dei tunisini di 3.600, i libici sfiorano i 12 mila dollari (poco meno della metà del reddito italiano). È vero che da quelle parti la legge del pollo di Trilussa è assai forte e le sperequazioni sono più evidenti che altrove, ma è un fatto che nel 2009 non c’era un libico tra i 33 mila clandestini partiti dalla Libia e sbarcati a Lampedusa. Nel mio viaggio all’estremo sud del deserto libico, sulla catena dell’Acacus, ho visto quel che è rimasto della capanna dove fino a vent’anni fa abitava il nostro autista Sluma, la cui tribù origina dagli schiavi saliti nell’800 dal Niger e dal Sudan. Sluma rimpiange la vita nel deserto, ma mi ha detto che, quando Gheddafi ha sfrattato questa gente per concentrarla in nuovi villaggi con scuola e pronto soccorso, gli ha dato gratuitamente in uso un tricamere tribagni salotto e cucina. Non ho ragione di pensare che Sluma mentisse. Il welfare alla libica garantisce a strati sensibili di popolazione di sopravvivere dignitosamente senza sostanzialmente lavorare. È possibile  che il desiderio di libertà sia più forte della pigrizia. Ma se la guerra civile si concluderà con la cacciata del leader, il futuro della Libia è al momento davvero l’incognita maggiore del mondo.

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Mulè: E ora intervenga l’Onu

2 marzo 2011 in Opinioni



La «Bomba A», come Africa, è già esplosa. Ma probabilmente non si colgono tutti gli effetti, enormi e drammatici, che si porta dietro. Il bagno di sangue in Libia che già c’è stato, gli altri che seguiranno, le atrocità figlie di una repressione tribale che saremo costretti a vedere sono solo alcuni di questi effetti. Accanto ai corpi straziati e mutilati ci prepariamo a osservare la fuga dei disperati, i barconi carichi di profughi che scappano da una nazione in guerra. E poi le conseguenze economiche: le quotazioni del petrolio saliranno (complici molti speculatori), facendo così aumentare i prezzi, l’inflazione riprenderà a galoppare. Senza contare tutte le incognite legate a quelle società, molte in Italia, in cui la presenza di fondi libici pesa nella composizione dei consigli di amministrazione. Bene: di fronte a tutto ciò, a un evento che cambia la storia, non è possibile attendersi risposte isolate. La «Bomba A», per la prima volta, chiama il mondo a fare i conti con un sistema globalizzato in cui non c’è più spazio per risposte isolate. Il tempo degli inviti «amichevoli» alla ragione e della nobiltà della diplomazia, di cui il nostro presidente del Consiglio e il segretario dell’Onu si sono fatti interpreti, è tragicamente scaduto. Muammar Gheddafi è un leader che sta soggiogando il popolo con la forza e dopo averlo annunciato è esattamente quello che sta mettendo in pratica con la più barbara delle repressioni.
Chi deve e può fermarlo? Inutile pensare che gli Stati Uniti d’America, a lungo indicati come i gendarmi del mondo, possano farlo: i tempi sono cambiati e comunque qualsiasi intervento unilaterale avrebbe come conseguenza quella di coalizzare i fondamentalisti chiamati a raccolta per respingere l’infedele. Esiste un solo soggetto di diritto internazionale in grado di intervenire: le Nazioni Unite. E ha anche i mezzi e un precedente a cui fare riferimento. Nel febbraio del 1992, in pieno disfacimento della ex Iugoslavia, il Consiglio di sicurezza votò la risoluzione 743 che istituiva l’Unprofor, acronimo che tradotto significa Forza di protezione delle Nazioni Unite. Si trattava di un «esercito» di quasi 40 mila soldati provenienti da 39 stati (c’erano anche Egitto, Tunisia e Giordania) chiamato a «creare le condizioni di pace e sicurezza necessarie per raggiungere una soluzione della crisi iugoslava» dopo la scomparsa della repubblica socialista e la secessione di Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia. Il cammino per creare effettivamente le condizioni di pace fu lungo e parecchio difficile, certamente tragico anche in termini di vite umane (320 soldati furono uccisi). Ma i risultati, faticosamente, arrivarono.
Quanto succede nel Nord Africa (finora Tunisia, Libia ed Egitto) non può che far tornare in mente quel periodo storico: l’Egitto è nelle fragili mani di un esercito senza leader, la Tunisia è abbandonata a se stessa, Gheddafi ha non solo teorizzato ma già avviato una pulizia etnica dei suoi oppositori che evoca i tristissimi trascorsi delle milizie serbe. È lì e solo lì, nel bel mezzo dei disordini e non nelle ovattate stanze del Palazzo di vetro di New York, che un intervento dell’Onu può tentare di riportare l’ordine. Ed evitare, nel contempo, l’esodo biblico in direzione dell’Europa – e in primo luogo verso l’Italia – che è oramai alle porte.

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Ferrara: Berlusconi come Gheddafi, l’ultima barzelletta

2 marzo 2011 in Opinioni



E’ in corso un tragicomico tentativo di spacciare le mille e una libertà italiane garantite anche negli anni di Silvio Berlusconi, e ampliate a dismisura, per un regime tirannico da abbattere con ogni mezzo. Il gruppetto ribaldo di Micromega, gli editorialisti neopuritani di Repubblica e altri virtuisti incoscienti sparsi qui e là non badano alle parole, iniettano testosterone e altri eccitanti nella folla smarrita dei loro lettori ideologizzati in una corsa che supera perfino o almeno compete con la demenzialità dei talk show.

Quel mattocchio di Gad Lerner s’inventa un bonzo autoincendiario e lo mette nel conto al governo. «Con ogni mezzo» è la parola d’ordine. Vogliono trasformare una legittima maggioranza elettorale e parlamentare, e il difficoltoso e spesso stentato esercizio del potere repubblicano, in un regime da abbattere con la violenza, come la piazza araba con i rais. Per ora la violenza è delle parole, poi si vedrà.
Eppure Berlusconi è la dolcezza di vivere, la volontà di piacere, l’ingenuità moderata del potere («Non voglio disturbare il colonnello» è una frase malaccorta ma autentica che passerà alla storia semantica della politica). Troppa grazia, verrebbe da dire. Ve lo immaginate un Muammar Gheddafi inseguito per anni dai magistrati, dai giornali, dai talk show, e scrutato a mero scopo di vilipendio nel pubblico e nel privato, indagato, pedinato, origliato, violato in ogni sacrale spazio della sua vita personale? Consiglio alle vittime della farsesca e inquietante campagna contro la tirannia berlusconiana di guardarsi il discorso di quell’uomo imbacuccato in preda alla paranoia che è Gheddafi, gaddianamente un Buce, un Truce e un Duce: capiranno in un istante da che tiranno sono governati, per differenza. Tra la danza di morte del beduino e gli aggraziati minuetti del Cav non esiste paragone possibile, i veri tiranni, i veri ossessi del potere sono i più estremisti tra i suoi nemici, coloro che lo assolutizzano.
Nel colonnello libico si riassume la tragedia sconnessa e terribile di un potere in autocombustione psichiatrica, sono lui e Fidel Castro i due despoti di gigantesca e nera levatura della fine di secolo novecentesca; in Berlusconi e nei suoi innocui video si vedono invece la tenacia, ma anche il carattere fatalmente relativo del potere, la saggezza compiacente del sorriso largo. Si capisce che per quell’uomo la politica è un sistema di vita da fuggire nel privato, nella festa, nel canto, una scelta pubblica imposta dalla situazione e poi praticata con un misto di noia e diletto, in un vertiginoso e totale rispetto del consenso popolare, sempre censito anche quando non ci sono le elezioni, sempre al comando attraverso i sondaggi, che sono le mitragliette e l’aviazione incapace di far vittime del nostro dittatore, del nostro rais.
La pericolosa buffonata dell’assimilazione del potere italiano a quello delle dittature arabe vale in sé due soldi, ma appunto è insidiosa, è il frutto di un disturbo mentale usato da scaltri lobbisti per propagare altro disturbo mentale, per diffonderlo nella parte di questo Paese che si considera perdente. È la strategia del rancore, una livida battaglia che porterà abbondanti dosi di male in nome del loro fottutissimo bene.

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Mulè: Ecco s’avanzano i giustizieri dell’umanità

22 febbraio 2011 in Opinioni



La rivoluzione prodotta in laboratorio avanza. Si nutre di componenti artificiali, di parole e slogan. Il lessico s’adegua e i toni sono sempre più truculenti, da tragedia all’ultimo atto. Così, se qualcuno si azzarda a non rispondere a un sondaggio di Repubblica sulla possibilità di replicare in Italia i moti egiziani per sbarazzarsi del premier, viene subito relegato alla voce «reticenti» e non in quella di un democratico e demoscopico «non sa, non risponde».

Spazzati via la dialettica, la discussione e il confronto, l’armata delle chiacchiere moraleggianti ha lanciato l’assalto finale e non c’è spazio per il ragionamento: o di qua o di là, o con noi o contro di noi. Così, sempre La Repubblica rispolvera la logica nazista dell’obbedienza cieca a Hitler-Berlusconi e rinchiude nella categoria dei «volenterosi carnefici» il giornalista che non dà risalto adeguato alla manifestazione delle donne. Questi chierici vaganti del giustizialismo perennemente in cerca del reprobo da trascinare sul rogo hanno una concezione totalitaria del pensiero, si alimentano dell’odio che essi stessi riescono a fabbricare con le loro parole. Deposto Silvio Berlusconi, i giustizieri dell’umanità sognano i cantori del berlusconismo, i soldati di un esercito che non ha mai sparato un colpo, riuniti in una nuova Norimberga e costretti a balbettare: «Wir haben es nicht gewusst», «non sapevamo», alla maniera dei gerarchi del Terzo Reich alla fine della Seconda guerra mondiale. Noi invece sappiamo, eccome se sappiamo.
Sappiamo che il Popolo ha indicato con forza ed eletto democraticamente Berlusconi alla presidenza del Consiglio, sappiamo che in tutte le tornate elettorali seguite al 2008 (provinciali, regionali, europee) ha rinnovato la fiducia, sappiamo che il Parlamento ha confermato per otto volte in pochi mesi l’appoggio al governo nonostante i terremoti interni alla maggioranza. E sappiamo pure che, alla fine di una corsa durata 16 anni, un giudice ha trasformato Berlusconi in un imputato da processare in fretta e furia per concussione e prostituzione minorile.

In questo indecente reality che è diventata la giustizia conosciamo perfettamente il quadro in cui è maturata l’accusa, una costruzione deduttiva basata grandemente sull’interpretazione di intercettazioni telefoniche. Peccato che non ci sia una sola dichiarazione in cui Ruby ammetta di avere fatto sesso, al contrario lo smentisce a più riprese nelle decine di interviste. Rimane la telefonata in questura per far «liberare» Ruby, il presunto reato di concussione che serve a tutti i costi alla procura per fare in modo che il processo rimanga ancorato a Milano. Peccato che anche in questo caso chi avrebbe subito le pressioni non se ne sia accorto né le abbia denunciate.
La verità è che questo processo non necessita di una sentenza in tribunale, perché alle lobby miliardarie che tengono al guinzaglio i partiti dell’opposizione, ai teorici della soluzione extrapolitica, ai registi del golpe bianco non interessano né la verità né la giustizia: basta e avanza tenere alto il fuoco sotto il calderone maleodorante in cui si rimesta la morale un tanto al chilo con l’odio per Berlusconi. Già, ma per andare dove? L’opposizione, quella reale in grado di proporsi come alternativa di governo con struttura e programma, purtroppo non c’è. L’alternativa è il caos. L’ha notato, con mirabile sintesi, Edward Luttwak, il quale dall’America ha fulminato i nostri lillipuziani del pensiero unico con un giudizio tranchant: oltre Berlusconi c’è solo il vuoto.

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