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One Direction in Italia: la recensione del tour 2013

20 maggio 2013 in Cult

Tag:  concerti One direction recensioni

di Alessandro Alicandri

Un po’ in colpa. È così che ci siamo sentiti entrando al primo grande concerto degli One Direction in Italia. Ci siamo avvicinati intorno alle sette, pochi minuti dopo il grande temporale che un po’ a sprazzi ha accompagnato la giornata di migliaia di ragazze che da tutta italia sono arrivate all’Arena di Verona per il live del 19 maggio 2013 (in attesa di domani, 20 maggio, al Mediolanum Forum di Assago, Milano).

Ci siamo sentiti in colpa perché c’era almeno il doppio della gente che abbiamo trovato dentro. Chiaramente all’esterno moltissimi erano senza biglietto perché il live era sold out e l’Arena piena già da poco dopo le sei e mezza. Cartelli, offerte di fare la baby sitter, genitori sull’orlo di una crisi di nervi. Una grande prova, unica nel suo genere, aver mantenuto la sicurezza a degli standard a quel livello.

Quello che ci ha colpito di più nell’oretta che ci ha separato dall’ingresso erano le lacrime di tristezza e un po’ disperazione anche nei genitori che da mesi ormai hanno visto svanire il sogno dei loro figli. E quelle ragazze erano lì, sotto la pioggia del mattino e in mezzo al freddo della sera, con la fascetta in testa per guardare un monumento, delle luci e sentire il riverbero delle canzoni, aspettando il prossimo tour negli stadi.

Dicevamo che siamo entrati con un piccolo senso di colpa ma anche con la volontà di raccontare a più persone possibili (anche a voi) tutto quello che riusciamo a dirvi su questo concerto, uno dei più attesi del 2013 e sicuramente uno dei più richiesti e voluti dal giovane pubblico italiano negli ultimi anni. Noi eravamo dentro, pensando sopratutto a chi era fuori.

GLI ONE DIRECTION

Gli One Direction, la boyband che da tre anni sta sconvolgendo il mercato discografico mondiale e ottenendo grandi numeri anche qui in Italia. Chi lavora nel giornalismo, le radio, la stampa non specializzata: li abbiamo sottovalutati, fino a ieri, nonostante due album di successo (“Up all night” e “Take me home”). Pensavamo al nuovo fuoco di paglia e invece sono un fenomeno generazionale come non se ne vedeva da moltissimi anni. I mezzi termini e i forse, su di loro, non si possono più usare.

CAMRYN

Il concerto è stato aperto da Camryn, cantante 13enne statunitense nata su Youtube e da lungo tempo supporter degli One Direction. Si è esibita in alcune cover di Rihanna, Kelly Klarkson, Chris Brown e gli inediti “Now or Never” e “Keep it Going”. Il suo primissimo singolo risale al 2009, “Wait And See”. La formazione sul palco era di un batterista, una ragazza al piano e cori e un chitarrista. Camryn indossava una maglia del Chievo calcio.

PRIMA DEL LIVE

In rotazione sono andati alcuni spot promozionali. Tra cui sono spuntati anche alcuni videoclip delle Little Mix, vincitrici di X Factor nel 2010 (nel promo “Wings” e nel clip “How ya doin?”). Molto apprezzato il videoclip e hit anche in Italia di Olly Murs “Troublemaker”. Abbiamo visto immagini anche della band australiana “5 Seconds of Summer”.

IL LIVE (I FILMATI)

La scaletta non ha avuto alcuna variante rispetto alle precedenti date. Abbiamo ascoltato 21 canzoni divise più o meno in tre parti separate da altrettanti video. Il primo mostra l’arrivo al “party” degli One Direction dove i membri della band vengono presentati uno per uno immersi in cinque situazioni diverse. Alla fine si tuffano tutti in piscina, tranne Zayn Malik che com’è noto, non sa nuotare.

Nel secondo filmato si svegliano la mattina dal party del giorno dopo, si fanno la doccia e escono di casa prendendo una vecchia auto. In un altro filmato si travestono invece da personaggi strambi e vanno in giro per la città senza che nessuno possa riconoscerli. Le super pop star si immergono tra le persone comuni e sondano le loro reazioni, il più delle volte spaventate e un po’ incredule. Non li riconoscono.

IL PALCO

Il palco è formato da un maxi schermo spezzato in 10 parti. La sagoma è quella di una città, ma le immagini dietro ogni brano erano diverse. C’erano testi di canzoni, grafiche computerizzate, immagini riprese dal palco. Di solito chi cantava veniva ripreso da una telecamera singola e trasmesso in uno dei due schermi laterali. On stage sono presenti cinque botole per far “sparire” o “apparire” i ragazzi da sotto il palco e degli apparecchi per diffondere fumo, fiamme, coriandoli e stelle filanti.

La band di musicisti è composta da quattro elementi (chitarre, batteria, piano e basso), ma anche Niall ha suonato la chitarra, sia acustica che elettrica. C’era un secondo palco più basso e piccolo e vicino alle prime file, dove loro si sedevano sul bordo. C’è anche un ponte al centro del palco, dove hanno cantato intere canzoni o parti di brani.

I 5 RAGAZZI

I ragazzi si presentano sul palco su una base apocalittica e partono con il primo pezzo, che è stato anche questa volta “Up all night”. Non ci sono balletti né ballerini e nemmeno le loro posizioni sono fissate. Si muovono sulla destra e sulla sinistra del palco distribuendosi in modo equilibrato ma senza regole precise. Salgono sulle due salite che portano al piano superiore (e al ponticello di cui parlavamo prima). Nei brani più lenti, si sono spesso seduti al bordo del palco. Tendono a distribuirsi equamente in ogni angolo del palco, stando a volte molto vicini e più spesso in giro per il palco come trottole.

COME ERANO VESTITI

Sono rimasti più o meno vestiti allo stesso modo fino a quasi fine live. All’inizio erano vestiti di nero, anche se in modo sportivo. Zayn ha tenuto una giacca di pelle e dei pantaloni stretti, Harry e Louis portavano delle t-shirt mezze smanicate e pantaloni scuri sempre molto aderenti. Niall portava una camicia aperta nera con una maglietta bianca sotto. Liam invece aveva una giacca di jeans. Ci sono stati un paio di cambi di maglietta e sul finale invece si sono messi abiti più estivi. Zayn portava una maglietta blu chiara, Niall una canotta bianca molto larga, Liam una maglietta t-shirt con un 28 scritto sopra. Nessuno portava i pantaloni corti. 

LA PERFORMANCE

I ragazzi sanno cantare, e bene ben al di sopra del previsto, molto meglio di tante ospitate live televisive. Se ci chiedereste un confronto tra loro, potremmo dire che la voce senza dubbio più forte e preparata è quella di Zayn, anche se il performer più energico (e acclamato dal pubblico più degli altri) è stato Niall. Harry ha sottolineato più volte l’importanza di questo concerto in Italia e di come questa data per loro sarà unica e indimenticabile, molte fan erano con lui. Liam è quello che ci teneva di più nel sapere se il pubblico si stesse davvero divertendo e quanto. Louis è stato il più folle e divertente.

COSE STRANE

Nessuno di loro ha fatto troppo il “sexy” o il rubacuori, si sono comportati tutti in modo piuttosto tranquillo, dando la mano a molte ragazze, soprattutto quelle sedute sulle gradinate numerate che si affacciavano sul palco, in basso. Zayn aveva un filo di barba. Sia Harry che Niall si sono buttati a terra più volte durante le esibizioni, e ancora Niall durante “One Day or Another (Teenage Kicks)” ha tolto una scarpa da ginnastica e l’ha messa vicino all’orecchio. A metà live, leggendo i tweet dal pubblico, hanno accennato il brano “That’s Amore”, ballato come polli e cantato la colonna sonora di “Men in black”. Liam si è dimostrato il più avvezzo al ballo del gruppo mentre Harry ha parlato di Verona, citando Romeo e Giulietta.

IL GIUDIZIO FINALE

Quando si parla degli One Direction, spesso le ragazze ci dicono che apprezzano la loro voglia di divertirsi. Non è una frase fatta, hanno ragione loro, la cosa che emerge con più forza tra questi ragazzi, ancora molto giovani e con moltissime cose da imparare, è che vivono questa esperienza per quello che è: qualcosa di più grande di loro, un sogno da cui vogliono assorbire energie positive per trasmettere passione per la musica.

Durante il live ci sono molti scambi e tutti hanno il loro spazio, nessuno è in ombra. Quel legame e quel senso di amicizia che ci raccontano, arriva anche a noi dal palco. E poi hanno già delle canzoni in repertorio strepitose, come “Little Things” e “C’mon C’mon” e “Moments”, delle bellissime scoperte tra singoli iper pop tra cui si distingue la cover “One Day Or Another (Teenage Kicks)” oltre che alle immancabili “Live While We’re Young” e “What Makes You Beautiful” che hanno infiammato l’arena. 

LA SCALETTA

Up All Night
I Would
Heart Attack
More Than This
Love You First
One Thing
C’mon, C’mon
Change My Mind
One Way or Another (Teenage Kicks)
Last First Kiss
Moments
Back for You
Summer Love
Over Again
Little Things
Teenage Dirtbag  (Cover degli Wheatus)
Rock Me
She’s Not Afraid
Kiss You

Bis
Live While We’re Young
What Makes You Beautiful

Daft Punk: 10 cose che (forse) non sapete di Random Access Memories

19 maggio 2013 in Cult

Tag:  Daft Punk random access memories

di Gianni Poglio

Random Access Memories è il disco che rimette la dance al centro della musica. Esce il 21 maggio in tutto il mondo ed è l’album più atteso dell’anno. R.A.M. è un mondo popolato di suoni, musicisti leggendari, citazioni cinematografiche, effetti speciali e visioni. Qui sotto, dieci cose che forse ancora non sapete di questo album-evento.

1) Give music back to life: un funky classico reso speciale dal tocco magico alla batteria di John Robinson Junior, che ha suonato in Off the Wall di Michael Jackson. Robinson è stato anche il batterista del brano We are the World

2) The Game of Love: un tempo medio ipnotico. Le voci filtrate dal vocoder si dattano all’atmosfera del brano che parla di intelligenza artificiale. 

3) Giorgio by Moroder: una dance suite di nove minuti accompagnata dalla voce di Giorgio Moroder, l’uomo che ha inventato la dance elettronica 40 anni fa (durante il brano racconta la storia della sua vita). Straordinario il finale con un crescendo da band di progressive rock. I Daft Punk hanno intervistato Moroder per tre ore, poi hanno scelto quali dichiarazioni usare per il disco.

4) Within: il gusto per le armonie del pianista Chilly Gonzales (artista canadese che vive a Parigi) pervade dall’inizio alla fine uno dei pezzi più intensi del disco. Pop ballad di grande gusto. Raffinata. 

5) Instant Crush: l’incontro con una delle voci più ispirate del rock contemporaneo: Julian Casablancas. Il match perfetto tra Daft Punk e Strokes. Il vocalist della band americana è da sempre un fan del duo francese. 

6) Touch: il viaggio dei Daft Punk svolta in direzione psichedelica e si arricchisce di nuovi colori. Merito anche della presenza di Paul Wiliams compositore di colonne sonore (il Fantasma del palcoscenico su tutte) e ingegnere del suono. 

7) Get Lucky: il singolo più forte del 2013. L’atmosfera è quella dello studio 54 di New York, il tempio della disco music. Canta Pharell Williams, ma alla regia c’è la mente degli Chic, Mr Nile Rodgers. E si sente. 

8) Le registrazioni di Random Access Memories sono durate 5 anni. I Daft Punk hanno dichiarato: ‘La musica di oggi ha perso la poesia, volevamo tornare con qualcosa di intenso che lasciasse il segno’. Le fonti di ispirazione sono state Thriller di Michael Jackson e Dark side of the moon dei Pink Floyd, gli album della loro adolescenza. Nelle immagini promozionali del disco c’è qualcosa che richiama le visioni di Stanley Kubrick in Odissea 2001 nello spazio

9) Nel brano Contact si sente la voce del Capitano Eugene Cernan (1934), l’ultimo uomo ad aver messo piede sulla luna nel 1972. Nel disco, il produttore house Todd Edwards ha utilizzato un microfono degli anni Settanta usato anche da Frank Sinatra.

10) L’ultima foto dei Daft Punk (Guy Manuel de Homen Christo, 1974 e Thomas Bangalter, 1975) senza caschi spaziali risale al 1995. ‘Non importa chi c’è sotto la maschera, importa solo il sound’ dicono loro.

"Bonnefoy traduce Pascoli" a cura di Chiara Elefante

19 maggio 2013 in Cult

Tag:  Giovanni Pascoli panorama in edicola Yves Bonnefoy

Dici Giovanni Pascoli e nella memoria risuonano i versi imparati a scuola, come “l’odorino amaro” del prunalbo in fiore. La sorpresa è scoprire che in Francia Pascoli non è noto. È stato interpellato uno dei grandi poeti viventi francesi, Yves Bonnefoy, perché traducesse alcune liriche piegando la lingua francese allo sperimentalismo lessicale di Pascoli. Nel saggio introduttivo Chiara Elefante introduce il lettore ai problemi nati dal trasporre i versi pascoliani in un’altra lingua.

PERCHÉ LEGGERLO
Per Yves Bonnefoy, un vero traduttore non si rassegna al testo, ma lo ricrea con “libertés aimantes”, libertà amorevoli, perché tradurre è tradire. Ne è nato un libriccino con testi a fronte e in più un cd con le poesie francesi di Pascoli recitate ad alta voce da Bonnefoy in un ritmo caldo e ipnotico.

Bonnefoy traduce Pascoli a cura di Chiara Elefante
(Mobydick, 70 pagine, 15 euro)

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"Vlad" di Carlos Fuentes

19 maggio 2013 in Cult

Tag:  Carlos Fuentes panorama in edicola romanzo vlad

«Io non bevo mai… vino»: c’è una specie di humour sinistro nella battuta rivolta dal gentiluomo transilvano Vlad Radu a Yve Navarro, che per ordine del suo principale gli ha trovato casa a Città del Messico. Mal gliene incoglierà, perché Vlad, che nel nome riecheggia non a caso Vlad Tepes, il Dracula storico, è un vampiro. La sua faccia rugosa come un limone pallido, la gobba del suo servo dall’alito che sa di yogurt porteranno il buon borghese Navarro e la sua famiglia oltre le soglie dell’incubo.

PERCHÉ LEGGERLO
Un maestro della letteratura latinoamericana si misura col mito di Dracula. Il risultato è piuttosto originale. Fuentes gioca come un gatto con i «topoi» del romanzo gotico e degli horror film. Ma intanto, con la sua Città del Messico virata al nero di seppia, ci aggiorna sulla nuova mappa dell’inferno.

«Vlad» di Carlos Fuentes
(Il Saggiatore, 98 pagine, 12 euro)

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Arte contemporanea: viva Domingo Zapata, così furbo da diventare star

19 maggio 2013 in Cult

Tag:  arte contemporanea Domingo Zapata panorama in edicola

di Antonella Matarrese

Nelle agende dei baroni dell’arte internazionale, i vari Larry GagosianZach Feuer (della galleria Chelsea, famosa per coltivare i giovani artisti), il suo nome non appare. Eppure Domingo Zapata, spagnolo, 38 anni, annovera tra i suoi collezionisti bei nomi del jet set, da Leonardo DiCaprioGeorge Soros, al giocatore Jeremy Shockey.

Barba folta, stile grunge, braccia copiosamente tatuate e verve da affabulatore, il maiorchino Domingo Zapata è quello che si definirebbe un “self-made artist”, un quotato pittore che si è costruito da solo, senza le verbose speculazioni di curatori di fama e senza i giochi di mercato degli scafati art dealer.

In realtà, un agente Zapata ce l’ha, è il londinese Philip Rebeiz della galleria Hus, un buon nome, ma non di quelli presenti nell’élite dell’arte internazionale. Più introdotta è invece la Wilmot Communications, agenzia di pubbliche relazioni specializzata nella moda e capeggiata da Paul Wilmot. Si deve a lui, pare, l’organizzazione del gran party a Miami lo scorso dicembre, durante Art Basel Miami: la più bella festa della stagione, a detta di molti, con ospiti come Lindsay Lohan, Scarlett Johansson, Jill Zarin, oltre a un melting pot di calciatori e star tv americane. Tanti brindisi e anche molti affari per Zapata, che è riuscito a vendere le sue sculture animalier in fibra di vetro a 100 mila dollari l’una.

Certo, la mailing list di Wilmot era impeccabile, ma il resto è tutta opera di Zapata: a lui piace andare in giro con macchie di colore sui vestiti e sulla pelle; ama raccontare dei suoi figli e di come i loro disegni ispirino le sue opere; narra dei suoi soggiorni a Parigi, dove trascorre giornate intere davanti a Mona Lisa; racconta del suo studio a Château Marmont a Los Angeles. Tutte cose che piacciono ai collezionisti neofiti ma con il portafoglio pesante.

Soprattutto, Zapata come Pablo Picasso baratta le sue opere in cambio di pranzi e cene a ristoranti come il Cipriani Downtown di New York. È qui che Zapata ha conosciuto Michael Borrico, noto imprenditore edile nonché proprietario di una squadra di polo, che rapito dalla sua arte ha organizzato una mostra nel suo appartamento newyorkese. Le opere sono state tutte vendute: fra gli acquirenti Soros, appunto, Pat Riley, il manager della National basketball association.

Il nome di Domingo Zapata però non figura nell’elenco, sempre aggiornato, degli artisti pubblicato da Artnews, storico giornale con 111 anni di vita. “Zapata, il nuovo Andy Warhol? Ce ne sono tanti in giro per il mondo, ma solo uno è stato quello vero” ha commentato alla richiesta di giustificazione per tale assenza, la direttrice Barbara MacAdam.

Intanto l’artista spagnolo avrebbe deciso di esporre al Guggenheim e chi lo conosce bene giura che ci riuscirà. Misteri dell’arte. 

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Amici 12, il serale: le 15 pagelle della settima puntata

19 maggio 2013 in Cult

Tag:  Amici di Maria de Filippi greta manuzi Moreno Donadoni verdiana zangaro

di Alessandro Alicandri

Anche “Amici di Maria de Filippi”, in questa settima puntata del 18 maggio 2013, ha le sue pagelle. Su Canale 5 la squadra dei bianchi capitanata da Emma Marrone eEleonora Abbagnato, regina della squadra dei blu, si sono dati battaglia.

Valuteremo in questa sede, naturalmente, solo le esibizioni di canto, anche quello corale e in duetto con gli ospiti. Alla ricerca delle voci più belle sul Canale Cultura di Panorama.it. L’eliminato della puntata è la cantante della squadra blu Ylenia Morganti.

Prima partita – Prima prova – Canta Greta (Squadra bianca)
La canzone è “E non finisce mica il cielo” di Mia Martini. Greta si emoziona e sa emozionare. Ormai è un dato di fatto. In alcuni punti, purtroppo, i il canto ha perso di intensità emotiva, ma ha fatto un’ottima prova, si è confrontata con un colosso ed è ancora lì per raccontarlo. 

GRETA MANUZI – VOTO: 8

Prima partita – Prima prova – Cantano Ylenia e Verdiana (Squadra blu)
La canzone è “We are the world” (1985, scritta da scritto da Michael Jackson e Lionel Richie). Insomma, sarà che non è Natale, ma questa esibizione, pur con un’esecuzione buona, non aveva niente di speciale. Chissà chi ha scelto quel brano per loro, ma offrire in duetto qualcosa di particolare era pressappoco impossibile.

YLENIA MORGANTI: VOTO 6 E MEZZO
VERDIANA ZANGARO: VOTO 6

Prima partita – Terza prova – Moreno (Squadra bianca) canta con Emma 
La canzone è “Dimentico tutto” di Nesli (2013, da “Schiena” di Emma).  All’inizio ci siamo preoccupati perché Moreno era non pervenuto. Il suo intervento finale sul rappato poteva venir isolato dal contributo del suo giudice. Nel complesso, l’esibizione da parte di Moreno è risultata opaca. Rimane questo uno dei brani più belli dell’ultimo album di Emma.

MORENO: VOTO 6

Prima partita – Terza prova – Ylenia canta con Gigi D’Alessio
Le canzoni sono “Non dirgli mai”, “Un nuovo bacio” e “Non mollare mai” di Gigi D’Alessio. Ylenia si è mostrata molto divertita in questo duetto. Ha mosso i primi passi con fare troppo teatrale, un po’ sotto tono nei momenti salienti di “Un nuovo bacio”, benissimo in “Non mollare mai”. 

YLENIA MORGANTI: VOTO 7+

Prima partita – Quarta prova – Canta Ylenia (Squadra blu)
Che brava! Capita raramente in un talent show, tra le tante prove da preparare, di offrire un’interpretazione così sentita, pura e rispettosa del brano originale. È stata, semplicemente, magica.

YLENIA MORGANTI: VOTO 8 E MEZZO

Prima partita – Quinta prova – Canta Moreno (Squadra bianca)
La canzone è l’inedito “La distanza” (2013, da “Stecca” di Moreno). Questo è uno dei brani migliori dell’album, con uno dei testi più belli e riflessivi. Finalmente ha proposto sul palco un modo di gestire il brano diverso. Il rap sembra tutto uguale se il corpo dice le stesse cose anche se la parole sono diverse. Questa volta ha fatto centro.

MORENO: VOTO 8/9

Seconda partita – Prima prova – Moreno e Greta (Squadra bianca) cantano con Massimo Ranieri
La canzone è “Perdere l’amore” (1988). Complimenti a Greta per la sua consolidata capacità di gestire gli ospiti, senza troppa emozione e con grande professionalità. Moreno, dal canto suo, è riuscito nell’impresa impossibile di inserire un rap in un grande classico della musica melodica italiana. Bravissimi.

GRETA: VOTO 8/9
MORENO: VOTO 7 E MEZZO

Seconda partita – Prima prova – Verdiana (Squadra blu) canta con Craig David
Le canzoni sono “Rise and Fall” e “Hot Stuff”. Ci siamo divertiti a vedere questa esibizione. Verdiana era visibilmente in difficoltà, insomma, non è facile stare dietro a ritmi e testi così complessi, già complicati per una voce particolarissima come quella i Craig. Se l’è cavata bene, ma il vestito in questo caso non le donava molto.

VERDIANA ZANGARO: VOTO 7

Seconda partita – Seconda prova – Canta Verdiana (Squadra Blu)
La canzone è “Purple Rain” di Prince (1984, album omonimo). L’esibizione è stata eccezionale, senza dubbio una delle esibizioni migliori di Verdiana dall’inizio del programma. Ci sono alcuni brani in cui lei si muove molto bene, altri meno. Qui ha dato il massimo, è stata grandiosa. E ottimo inglese.

VERDIANA ZANGARO: VOTO 9+

Seconda partita – Terza prova – Canta Moreno (Squadra bianca)
La canzone è l’inedito “Sapore d’Estate”. Forse questa volta, rispetto alla precedente performance, la versione è abbreviata e il nostro Moreno l’ha gestita complessivamente meglio. In due minuti un brano come questo si fa ascoltare in modo molto più piacevole. Ma il voto, già alto, non cambia.

MORENO: VOTO 7 E MEZZO

Seconda partita – Quarta prova – Canta Verdiana (Squadra Blu)
La canzone è “Lontano dagli occhi” inedito di Verdiana. La canzone di Camba-Coro è (per ora) indistinguibile da altre hit scritte dal duo per la Amoroso. Verdiana ha portato sul palco la canzone con quella malinconia e quell’energia nella voce di cui molti si sono più che innamorati. Complimenti.

VERDIANA ZANGARO: VOTO 8 E MEZZO

Seconda partita – Quinta prova – Cantano Moreno e Greta (Squadra bianca)
La canzone è “La cura” di Franco Battiato. Un bellissimo duetto, magico. Più che l’interpretazione di Greta, colpisce il rap di Moreno e il sentimento che mette nel portare le sue parole nove, ben integrate nel brano, non straniscono e arricchiscono il pezzo.

MORENO: VOTO 8/9
GRETA MANUZI: VOTO 8

"Adorata nemica mia" di Marcela Serrano

19 maggio 2013 in Cult

Tag:  Marcela Serrano panorama in edicola racconti

Incinta a 13 anni per stupro, fissata per una pelliccia di visone che farà tornare a sé la figlia, reincarnata nell’Aldonza di Don Chisciotte o alla ricerca di un taglio così corto da far sembrare i capelli “vivi”. Una raccolta di 20 racconti quasi tutti inediti, molti dei quali “terminati, quasi letteralmente, l’altroieri”, con istantanee di ogni genere di donna descritta nel momento preciso in cui affronta ogni genere di prova, amore, sesso, nemici, solitudine, fallimento, come fosse un angelo senza colpe.

PERCHÉ NON LEGGERLO
Elementari e prevedibili come nella prima prova di scrittura di una casalinga disperata, le donne di Marcela Serrano hanno perso l’incanto del contenuto e si aggrappano a un presunto incanto della forma, che del femminile coglie ormai solo un insopportabile, anacronistico aroma dolciastro.

Adorata nemica mia di Marcela Serrano
(Feltrinelli, 199 pagine, 16 euro)

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"La mia testimonianza davanti al mondo" di Jan Karski

19 maggio 2013 in Cult

Tag:  Jan Karski panorama in edicola Shoah

Dissidente e libertario, Jan Karski, fra i massimi esponenti della resistenza polacca al nazismo, è conosciuto anche come «l’uomo che da solo tentò di opporsi alla Shoah». Giovane artigliere, sbandato nel 1939 dopo l’aggressione alla Polonia, fu dapprima prigioniero dell’Armata rossa e poi dei nazisti. Evaso durante un trasferimento in treno, entrò in clandestinità e divenne spia e corriere. Ma soprattutto testimone dell’orrore. Questo libro, che egli scrisse in esilio per continuare a non tacere, è la sua storia bella e dolorosa.

PERCHÉ LEGGERLO
Per tutta la vita resistente, Karski e la sua esistenza avventurosa sono da sempre al centro di mille polemiche, l’ultima, in Francia, tra Claude Lanzmann e Yannick Haenel. La voce diretta del protagonista aiuta a comprendere una figura d’eccezione del XX secolo.

La mia testimonianza davanti al mondo di Jan Karski
(Adelphi, 512 pagine, 32 euro)

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Libri porno, il boom dell’estate 2013

18 maggio 2013 in Cult

Tag:  letteratura erotica panorama in edicola porno Sasha Grey

di Terry Marocco

«Prima che continui a leggere, mettiamo in chiaro qualcosa. Voglio che tu faccia tre cose per me. Uno: non sentirti disturbato per nulla di ciò che leggerai da ora in poi. Due: lascia le tue inibizioni fuori dalla porta. Tre, e più importante, qualunque cosa tu veda e senta deve restare tra noi. Va bene e adesso andiamo al succo». Comincia così l’atteso romanzo di Sasha Grey, l’ex giovanissima pornostar, la Moana Pozzi del nuovo secolo, oggi icona pop che dopo avere lasciato i set a luci rosse a 24 anni ha deciso di darsi alla letteratura. In giugno per la Rizzoli uscirà il suo The Juliette society, romanzo erotico al cui confronto le Cinquanta sfumature di Grigio, Nero e Rosso sembrano letture da educande. Qui l’eroina si chiama Catherine, studentessa di cinema che, turbata dalla vista del film di Luis Buñuel Belle de jour, si identifica nell’algida protagonista Catherine Deneuve, e capisce che la sua sessualità ha un lato dark. Scende così i gradini della perdizione, entrando a far parte di un club frequentato solo dai potenti della Terra (grandi manager, mogul della comunicazione e, scrive Grey, anche qualche alto prelato vaticano). Questo «Fight club del sesso», come lo definisce l’autrice, il cui nome è ispirato al marchese de Sade (Juliette è la crudele sorella di Justine), è un luogo segreto e mai si trova nello stesso posto, forse non esiste nemmeno, ma l’alter ego della pornostar vedrà in quel club strano e pericoloso realizzarsi le sue fantasie estreme.

Riuscirà Catherine a superare Anastasia, l’eroina di E.L James? A leggere le descrizioni, assolutamente didascaliche, si può dire che sembrano uscite da un video di Youporn («Le sue mani nelle mie mutandine, sono bagnata e mi dimeno al suo tocco…»). Feticismo e sottomissioni, tutte piacevolmente sdoganate per il grande pubblico, questo è il segreto che ha reso Sasha Grey una mainstream.

Ma che cosa succede se la perversione diventa così mainstream da vendersi in autogrill? «Succede che siamo davanti a un fenomeno sociologico, non più letterario: l’insoddisfazione delle donne si traduce nella ricerca di un brividino, di un “lo faccio, ma non fino in fondo”. E la sottomissione non è un segno dei tempi, ma pratica ancestrale. Il maledetto con il frustino è solo il principe azzurro in versione 2.0» sostiene Chiara Gamberale, la scrittrice che da due mesi si trova in cima alle classifiche con il suo romanzo Quattro etti d’amore, grazie (Mondadori), sull’insoddisfazione femminile: «Una delle mie protagoniste potrebbe essere la perfetta lettrice delle Cinquanta sfumature».

La strada aperta nel 2012 dalla trilogia della casalinga inglese, che aveva come protagonista maschile l’affascinante Mr Grey, sta diventando un’autostrada. E l’estate si prepara bollente, combattuta a colpi di titoli che non sanno più a che parafilia votarsi. Tanto che la novità sono i romanzi cosiddetti «new adult», i porno soft dedicati ai ragazzini. In giugno la Mondadori farà uscire il doppio caso editoriale in Gran Bretagna e America The Vincent boys e The Vincent brothers, scritti dalla burrosa Abbi Glines, anche lei self-pubblisher di successo. Triangolo amoroso ambientato in Alabama con la protagonista fidanzata con il bravo ragazzo che s’innamora del cugino bello e maledetto. E alla fine, naturalmente, lo redime. Un mix fra Twilight e Harry Potter a luci rosse (ma qui il sesso non si fa in boudoir damascati, piuttosto in tenda). Seguiranno altri titoli come Non lasciarmi andare di Jessica Sorensen per la Newton Compton, grande successo di un’altra casalinga del Wyoming che tra una crostata e l’altra scrive: «Gli lascio succhiare la pioggia dal mio labbro inferiore». Protagoniste di questa letteratura «steamy» (sensuale) sono le lentiggini, le «labbra assurdamente carnose», le generose scollature, le carni sode. E il verbo più usato è il nostalgico limonare.

Ma la prima a parlare di sesso e adolescenti fu, esattamente 10 anni fa, la nostra Mellissa Panarello con Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire (Fazi), che ai tempi vendette 2 milioni di copie. Un gigaseller, come li definiscono ora. «Il mio fu un romanzo di formazione, non un libro erotico. Ma molte cose sono cambiate. Allora un uomo se non ci provava non era un maschio, oggi sono fermi, immobili. E se la fantasia degli anni Ottanta e Novanta erano due donne e un uomo insieme, oggi non è più possibile: troppo faticosa. Il sadomaso rispecchia i nostri tempi: il sesso è diventato pieno di gadget, performante, più dimostrare che essere».

In effetti la nuova letteratura erotica è tutto un trionfo di erezioni costanti e imperiose, e fessure roride (testuale), «bocche impastate dal desiderio» e falli dalla «larghezza e lunghezza perfetti». Orgasmi esplosivi e immancabili finanzieri, ovviamente svizzeri, che amano indossare lingerie femminile nei consigli di amministrazione (e siccome ci sono in ogni romanzo soft porno che si rispetti, si comincia a pensare che esistano davvero).

«Se il pedaggio da pagare per portare lettori nelle librerie sono i “mommy porn”, ben vengano» dice Ernesto Ferrero, direttore del Salone del libro di Torino, alla vigilia dell’apertura della kermesse. «Sono anestetici e consolatori, fingono di turbare e invece tranquillizzano. Sarà interessante vedere se i cloni avranno il successo dell’originale. Di solito non è mai così».

Invece di cloni di Mr Grey, sempre bellissimi e ricchissimi (ma poi perché i dominatori devono essere sempre avvocati o imprenditori ecosostenibili e non meccanici e fornai?), pare che le donne non ne abbiamo mai abbastanza. Racconta Ilaria Dettoni, 32 anni, libraia a Cassano Magnago, profonda provincia di Varese, che il porno soft va via come il pane: «A Natale ancora vendevamo i cofanetti delle Sfumature, oggi le clienti arrivano informatissime, foglietto in mano a chiedere gli ultimi titoli: da The Crossfire trilogy di Sylvia Day al molto richiesto Contratto indecente di Jennifer Probst». Sono quasi tutte donne dai 35 ai 60, più qualche uomo: «Non si vergognano, si lamentano solo se il libro è troppo esplicito e se l’eros non è annegato in una dose di romanticismo. Vogliono sognare».

Perché il segreto del successo della James è il romanticismo, spiega Ornella Robbiati, direttore editoriale della Sperling & Kupfer. «Non è stato il sesso a darle la gloria, ma la storia romantica. Non va più il porno anni Ottanta, ma la saga a lieto fine: manoscritti così arrivano ogni giorno». La Sperling è appena uscita con Sottomessa per amore, storia vera di una giornalista, Nichi Hodgson, prima dominatrice e poi schiava di un bellissimo bastardo, tanto per cambiare. Vale leggerlo per meditare sulla frase cult detta da una mistress: «Mi guadagno da vivere dominando sessualmente gli uomini. Meglio che stare in ufficio tutto il giorno».

Sesso come routine e sadomaso da travet, osserva Irene Chias, la scrittrice di Esercizi di sevizia e seduzione: «Corriamo verso un consumismo conformistico del sesso; è di moda il sadomaso e allora tutti in quella direzione, senza chiederci perché. Ma, se le perversioni diventano normali, non sono più perversioni».

Dopo frustini e sculacciate cosa ci potremo aspettare? Melissa P. ci pensa su e risponde: «Non lo faremo più, saremo sempre più cerebrali. Finché il sesso sarà un ricordo per tutti». E allora forse si tornerà a trovare erotico quello che il poeta Guido Ceronetti scriveva in un suo verso: «Estremo è stato nella bocca un bacio». Ossia, si tornerà a limonare.

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"Mamma voglio fare l’artista", il libro: 10 miti da sfatare

18 maggio 2013 in Cult

Tag:  arte contemporanea Francesco Bonami panorama in edicola

di Francesco Bonami

1 – La Biennale? Un punto di partenza, non d’arrivo
Bisogna andare alla Biennale, ma è probabile che finisca male. Di un invito alla mostra bisogna essere contenti, ma si deve anche andare ben preparati (un po’ come all’esame di maturità), altrimenti si rischia di venire bocciati. La Biennale di Venezia non è una laurea, è un esame. Non è un punto di arrivo, ma di partenza. Chi crede di essere arrivato come artista con l’invito alla Biennale è come quei turisti che scendono a Mestre pensando sia Venezia e rimangono delusi. Attenti a non fare diventare la Biennale la vostra Mestre.

2 – Il catalogo non è tutto… anzi, è niente
Il catalogo non fa il monaco. Arrivano spesso volumi lussuosi dedicati alle opere di emeriti sconosciuti: centinaia di pagine su carta preziosa con illustrazioni bellissime di opere schifosissime. Se pensate che un bel catalogo di orribile arte riesca a fare fesso qualcuno, vi sbagliate di grosso. Soldi buttati al macero. Meglio produrre arte seria (e magari anche bella), ai libri si pensa dopo.

3 – I collezionisti comprano tutto. Anche le ciofeche 
Il sogno di ogni artista? Che una sua opera sia acquistata da qualche famoso collezionista. Che, però, non comprano soltanto opere o artisti importanti. A volte acquistano qualcosa solo per fare contenti il figlio, l’amante o la moglie. Uno dei maggiori collezionisti del mondo e uno dei più famosi, Charles Saatchi (foto), insieme con le famose opere di Damien Hirst, come lo squalo da 13 milioni di dollari, ha comprato centinaia e centinaia di ciofeche. Compresa, probabilmente, la vostra.

4 – L’arte interattiva è vecchia come il mondo
L’arte interattiva è fantastica… Ma tutta l’arte è interattiva, perché basta mettersi a guardare un quadro e già s’interagisce con l’opera. Se un’opera
d’arte quando la toccate si muove o parla o vi risponde, non vuole dire che sia un’opera più contemporanea di un’altra. Allora anche la cacca che pestiamo sul marciapiede è interattiva…

5 – Meglio Guttuso della Street art
Viva la Street art! Se Renato Guttuso avesse dipinto una delle sue signore nude sul muro sotto casa, sarebbe stato anche lui uno street artist. Peccato che spesso la Street art creda che basti cambiare supporto per migliorare o essere più cool. Mentre l’unico supporto che deve funzionare è il nostro cervello.

6  - Talmente interessante che è meglio andarsene…
Molto interessante… Si tratta di un’affermazione senza alcuna conseguenza pronunciata da critici, curatori e collezionisti davanti a un’opera nella speranza che questa dichiarazione metta fine al faticoso incontro. Evitate interpretazioni ottimistiche.

7 – Lo spettacolo non deve cominciare
Opere di grande spettacolarità! Chi reagisce così davanti a un’opera d’arte di solito non capisce nulla di arte. L’arte prima di essere spettacolo deve essere un’esperienza. Anche il tizio sparato dal cannone è spettacolare, però non è un grande attore come Robert De Niro (foto). Bisogna puntare a essere i De Niro dell’arte, non l’omino sparato dal cannone.

8 – L’artigianato non sempre è una forma d’arte
Il muratore non è l’architetto. Saper fare un muro non vuole dire saper disegnare una bella casa. Stesso vale per l’arte: saper disegnare o dipingere un albero come se fosse vero non vuol dire essere capaci di pensare una vera opera d’arte. L’artigiano non è necessariamente un artista.

9 – Meglio un artista folle o un folle artista?
Oggi va di moda fra i giovani curatori riscoprire artisti morti, morenti o pazzi. Non sempre queste «qualità» sono garanzia di successo. La differenza fra un artista folle e un folle artista è che il primo sa quando fermarsi e l’altro invece no. Dei morti, dei morenti e dei pazzi poi non si può dire male, il che limita il numero di recensioni negative.

10 – Morire giovani non è di successo
Non tutti gli artisti morti giovani tragicamente diventano famosi. Sconsiglio vivamente questa scorciatoia verso il successo.

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