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Ju Tarramutu

1 aprile 2011 in Cinema





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La notte del 6 Aprile 2009 L’Aquila e la vita dei suoi abitanti sono state pesantemente devastate. A partire da quel giorno “Ju Tarramutu” racconta la citt pi mediatizzata e mistificata d’Italia, passata dalla rassegnazione alla rivolta attraverso mille trasformazioni, intrecciando storie di persone, luoghi, cantieri, risate di imprenditori sciacalli che hanno scatenato la protesta delle carriole, quando ormai il terremoto non faceva pi notizia.
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Offside

1 aprile 2011 in Cinema





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Nel giorno della partita di qualificazione per i Mondiali di calcio fra Iran e Bahrain, una ragazza cerca di mimetizzarsi in mezzo a un pullman di tifosi per riuscire ad entrare allo stadio, dove le iraniane non sono ammesse per questioni di buoncostume. Dopo aver acquistato a caro prezzo un biglietto da un bagarino, la ragazza osserva le varie strategie adottate dalle tante altre donne presenti per riuscire a eludere la sicurezza. Solo che, una volta varcati i cancelli, viene presa dal panico e riconosciuta dai militari che la conducono in una zona di detenzione situata nell’ultimo anello dello stadio, dove anche altre ragazze smascherate sono in attesa di essere prelevate dalla polizia.

Dal Cerchio di una giornata qualunque di varie donne a Teheran alla forma pi ovale e squadrata della planimetria di uno stadio di calcio, Jafar Panahi porta avanti la sua mappatura della cultura contemporanea iraniana attraverso l’esplorazione della condizione femminile. La geometria delle forme rende l’idea della differente configurazione dei due film. Il cerchio esigeva una struttura a circuito chiuso, perfettamente calibrata in funzione di una storia articolata come un continuo passaggio di testimone e di testimonianze dal quale era impossibile uscire. Offside, al contrario, si colloca realmente all’interno del caos di quella giornata in cui Teheran ha ospitato la partita di qualificazione ai Mondiali di Germania 2006, per individuare le possibili vie d’uscita e cogliere qualche segnale di speranza non atteso.
Con un atteggiamento pi fiducioso e sfrontato, di chi ha intenzione di sfruttare ogni fuori gioco della realt per cercare di segnare a suo vantaggio, Panahi stavolta abbandona presto l’ottica del pedinamento errante affinch siano pi le sorti della partita a muoversi attorno al suo gruppo di giovani attrici-tifose, anzich il contrario. Non una questione tanto di improvvisazione quanto di imprevedibilit. A Panahi, pi che gli ideali della poetica neorealista interessa far interagire fiduciosamente l’alea con l’attualit, la cecit della fortuna con la chiarezza di una narrazione quasi didattica. Il fuori gioco, quindi, oltre ad essere allegoria del carattere marginale della donna all’interno della societ, diviene anche il campo dove Panahi vuole giocare la sua vera partita: quella fra condizione dettata (la sceneggiatura del film) e movimento dell’incertezza (il risultato della partita).

L’incontro si gioca perci ai margini del campo della realt e coinvolge proprio la forza strutturata della narrazione contro quella aleatoria e inconoscibile del caso. Da una parte, una sceneggiatura ben congegnata in cui ognuno dei caratteri maschili e femminili identifica un pezzo preciso della societ (l’emancipazione, il retaggio familiare, la leva obbligatoria) e serve a richiamare eventi veri e propri (la morte dei sette iraniani avvenuta durante la precedente partita contro il Giappone). Dall’altra, il principio che la palla rotonda e che nella vita, come nello sport, ogni situazione, anche la pi reazionaria e repressiva, sempre soggetta al cambiamento.

Il risultato finale del match gli permette di chiudere questo incontro fra reale e simulato con un’esplosione di ottimismo comunitario. Speriamo si possa dire presto lo stesso anche per quanto riguarda la sua condanna da parte del Tribunale di Teheran.
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Drive Angry 3D

1 aprile 2011 in Cinema





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Il regista Patrick Lussier (San Valentino di sangue 3D) dirige Nicolas Cage, Amber Heard, Billy Burke, William Fichtner, Tom Atkins e David Morse in Drive Angry 3D, una pellicola vietata ai minori di 14 anni (rating R), con molti riferimenti ai film automobilistici degli anni settanta interpretati da Charles Bronson e Clint Eastwood.

La Heard interpreta Piper, una cameriera sboccata piena di spirito, che sa difendersi, combattere e guida una Charger del ’69. Milton e Piper diventano immediatamente amici e Piper si dimostra un elemento perfetto per la squadra di Milton. Burke interpreta il cattivo del film Jonah che veste come una rock star, mentre Fichtner interpreta l’agente infernale chiamato il Contabile.

La pellicola incentrata sul malvivente Milton, scappato dall’Inferno per un’ultima occasione di redenzione. L’uomo deve fermare una pericolosa setta che ha ucciso sua figlia ed ha tre giorni di tempo prima che sacrifichino suo nipote sotto la luna piena. Si aggiunge alla sua crociata Piper (Heard), una giovane e sexy cameriera che si liberata della macchina rossa del suo ex per aiutare Milton. I due sono sulle tracce del leader di questo culto mortale, Jonah King (Burke), che crede sia il suo destino usare il bambino per portare in terra l’inferno. Ma il culto assettato di sangue l’ultimo dei problemi di Milton. La polizia sulle sue tracce. A peggiorare la situazione c’ un enigmatico assassino conosciuto come il Contabile(Fichtner), che stato mandato dal diavolo a recuperare Milton e a riportarlo all’inferno. Con malvagia astuzia e barbarie ipnotiche, il Contabile segue senza tregua e ad alta velocit Milton attraverso il paese, fino a quando la sua missione non sar compiuta. Alimentato da una collera pura ed intensa, Milton deve usare la sua rabbia per andare oltre i limiti umani per vendicare la morte di sua figlia, prima che sia revocata la sua ultima occasione di redenzione.
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Boris – Il Film

1 aprile 2011 in Cinema





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Ren Ferretti ha fatto tanta brutta televisione. Ad essere precisi l’ha subita, per ottemperare alle richieste al ribasso delle produzioni, alle ridotte capacit professionali della sua troupe storica e all’immensa negazione degli attori a sua disposizione, paragonabile soltanto alla misura dei loro capricci. Eppure, un giorno, il momento di dire basta arriva anche per lui, di fronte alla richiesta di girare a ralenti la corsa nei prati di un giovanissimo Ratzinger. Tutti a casa, tutti in crisi, tutti in bolletta. Almeno finch il cinema non bussa alla porta. A Ferretti non sembra vero: un film in pellicola, serio, di denuncia. L’adattamento del saggio best-seller La Casta, il racconto di sprechi, scandali e privilegi immotivati della classe politica italiana. Peccato che il mondo del cinema non sia molto diverso

Il salto di Boris dal piccolo al grande schermo, ma soprattutto da un pubblico di nicchia al grande pubblico, laurea definitivamente i suoi tre autori con lode, per l’umorismo finissimo (anche laddove fa della volgarit il suo humus), lo sguardo implacabile, la scrittura diretta e coraggiosa, la capacit di scelta (nell’abbondanza da loro stessi prodotta, in fase di sceneggiatura e di riprese) e soprattutto l’eleganza e la coerenza con cui sono passati dal ritrarre la televisione in televisione al fotografare il cinema nel cinema. Non di parodia si tratta, infatti, spessissimo, ma di fotografia vera e propria, ritoccata ad arte e virata sul comico.

Sono tante le battute o le scene del film che potrebbero essere estrapolate come costole per offrire un’idea dell’organismo nel suo insieme; dal produttore cinematografico che spiega: non c’ho i sordi per tutta sta sensibilit, al regista che paventa: non si esce dalla televisione, come la mafia, non se ne esce se non morti. Ma nella scena in cui Antonio Catania alias Lopez immagina il destino di Ren qualora lo abbandonasse per passare alla concorrenza e, dopo avergli fatto chiudere gli occhi, gli riappare davanti uguale identico a pochi secondi prima esclamando: eccola la concorrenza!, che il film si rivela maggiormente. Nella terribile verit di quello sketch ci sono, infatti, sia un’indicazione di tono, cinico, dissacrante, spoetizzante, sia l’indicazione sulla natura dell’umorismo in gioco si ride per non piangere- sia la lucidit e la schiettezza di sguardo e parola rispetto all’argomento trattato, vale a dire lo stile, che fanno di Boris qualcosa di unico in Italia.

La prima vera serie televisiva italiana di qualit (che aveva per soggetto la pessima qualit della televisione italiana) si congeda dagli schermi, parrebbe, con questo maxi episodio dedicato al mondo del cinema nostrano, massacrandone il mito con straordinaria capacit di sintesi e umorismo, nonostante il cinema non solo abbia gi raccontato spesso il suo dietro le quinte ma soprattutto abbia sempre avuto maggior autoironia rispetto alla nipotina televisione. Marilita Loy, l’attrice che ha fatto della sua insicurezza un’arma micidiale e parla cos piano che non la sente nemmeno il microfono, o la combutta di scenografo, segretaria di edizione e direttore della fotografia, che stanno sul set di Ren per i soldi ma poi lo piantano in asso per andare a fare Virz, Valdo e l’acqua cotta, sono cose che non si dimenticano e restano negli occhi del cuore. Quando arrivano Biascica, Itala, Duccio e Lorenzo, su un’utilitaria strombazzante, non si pu che fare il tifo per loro: non i criptocialtroni ma i cialtroni veri.

Non si esce dalla televisione, Ren.

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Poetry

25 marzo 2011 in Cinema





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In una cittadina di provincia, attraversata dal fiume Han, Mija vive con il nipote sedicenne, che la figlia le ha lasciato da crescere. una donna dolce e un po eccentrica, che pare guardare al mondo con pi attenzione e pi gratitudine degli altri. Iscrittasi per caso ad un laboratorio di poesia alla casa della cultura del quartiere, simpegna a consegnare un componimento entro la fine del corso, ma la partecipazione del ragazzo ad unazione brutale e la richiesta di riparazione con del denaro che non possiede, la mettono di fronte al brutto e al male e scrivere col cuore le appare improvvisamente impossibile.

Il cinema morto, dicono certi, e di certo la poesia non sta meglio. Come fare ancora al meglio queste due cose, nellet del declino? Da questa considerazione si muove Poetry di Lee Changdong. Nellaudacia del titolo, che si espone, nudo e diretto, allo scetticismo dello spettatore critico, c invece dentro il bel carattere di Mija e, da parte del regista, una promessa mantenuta. Non tanto nel finale, le cui parole si possono tranquillamente non ascoltare (quel che conta la loro presenza) ma nel modo in cui il poeta si rivela per differenza. Se sia un dono, unattitudine, il frutto dellimpegno, della mania o della malattia (lAlzheimer che provoca le dimenticanze e decide delle ellissi e delle associazioni di idee), poco importa, quel che conquista del film che per quanto la protagonista se ne vada in giro a lungo a rimirar le mele o i fiorellini (ed la parte maggiormente a rischio, la pi faticosa da ingerire)- infine dalle difficolt e dalla sgradevolezza della vita che acquista urgenza linterrogazione del poeta.

Mija non ha bisogno di imparare a vedere i colori del mondo o la sua bellezza, lo ha sempre fatto; al contrario, deve imparare a scendere a compromessi con laltra verit delle cose, a smettere di fuggirla.

Se non ci si lascia irritare dallelementarit delle sequenze pi contemplative, che pu essere letta come il riflesso dellingenuit del personaggio e lespressione di un immaginario classico e scontato legato allidea di poesia, si godr appieno delle scene pi riuscite, com lultima partita di volano.


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Kick-Ass

25 marzo 2011 in Cinema





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Kick-Ass l’adattamento della grafic novel di Mark Millar. Dave Lizewski un ragazzino cresciuto nella periferia americana, non un videogiocatore, non uno sportivo, non un mahlete, si tratta di un normalissimo ragazzo. Quando non in compagnia dei suoi amici Todd e Marty alla fumetteria della zona, ha delle fantasie sulla sua insegnante e Katie Deauxma, la ragazza pi bella della classe. L’unica cosa insolita di Dave che un anno fa morta sua madre.

Ma attraverso la fusione di normalit, rabbia adolescenziale e irritazione per essere continuamente aggredito, Dave prende la decisione di diventare un supereroe, Kick Ass. Il primo giorno di Dave come supereroe finisce con la sua fuga dopo essere stato accoltellato. Quando Dave si riprende realizza che non pu non diventare un eroe, e quando con successo interviene in un’aggressione, si trover sotto l’attenzione dei media americani. Mentre Dave viene risucchiato nell’oscuro mondo dei vigilante, che combattono il crimine, riuscir ad avere un compagno, Red Mist.
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Mia moglie per finta

25 marzo 2011 in Cinema

Jennifer Aniston, in her familiar pretty, practical and likable role, shines in ‘Just Go With It.’ Adam Sandler also stars.




The best thing about the new Adam Sandler comedy Just Go With It (I’m assuming “Just Bear With Me” was already taken) is Rachel. And by that I mean Jennifer Aniston, playing a slight variation of the pretty, pragmatic waitress with great hair and even better comic timing whom America (or large parts of it) fell in love with over the 10-year run of Friends.
In Just Go With It, whose title really has to be read as a plea from the filmmakers, given all the leaps of faith they want you to take with a movie that’s really more like a loose improv session, or an extended party game oh wait, what was I saying
Aniston plays Katherine, a single mom working as an assistant to Sandler’s successful plastic surgeon, and she’s got the frumpy wardrobe to prove it.
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Non lasciarmi

25 marzo 2011 in Cinema





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Kathy H. una badante che affianca i pazienti durante le donazioni degli organi. In un lungo flashback ricorda l’infanzia e l’adolescenza trascorse nel college inglese di Hailsham, l’amicizia con Ruth e l’amore per Tommy. Durante quegli anni i protagonisti vennero informati da una tutrice che il loro destino era gi stato pianificato.
Kathy si presenta con l’iniziale del suo cognome: H’. Questa mutilazione anagrafica (oltre che citazione kafkiana) prefigura gi una privazione dell’identit. I tre protagonisti non accenneranno mai ad un’origine o ad un legame di parentela. Vivono questa condizione di orfani, assuefatti alla grigia e silente crudelt di Hailsham, un college mengheliano che li riduce a polli da batteria per servire il progresso scientifico. Sono creature che non diranno mai io’.

Il film un thriller soffuso, cadenzato, con tinte fosche e angoscianti. Prevalgono tonalit grigie dalle divise collegiali alle mura degli ospedali. La scenografia firmata da Mark Digby (The Millionaire) tutt’uno con lo stato d’animo e la condizione larvale della vita.
L’unica vibrazione che scuote lo stato emotivo, destando sogni e desideri, espressa dal ritornello di una canzone :D arling, hold me and never never never let me go’.
Dalla penna di Kazuo Ishiguro, scrittore nato a Nagasaki e cresciuto nel Paese dove avvenuta la clonazione della pecora Dolly, non poteva mancare un confronto con le conseguenze del progresso scientifico. Un confronto che diviene interrogativo sulla condizione umana, sull’omologazione, la libert individuale e la pressione di un potere che vorrebbe livellare il pensiero. Il suo romanzo Never let me go’ al quale ha lavorato per quindici anni, anche se descrive un mondo parallelo dominato dalla clonazione, tragicamente umano. Ci sono dentro gli interrogativi sulla scienza, sul senso dell’amore, dell’amicizia e dell’arte.
La regia di Mark Romanek (celebre autore di video musicali come Bedtimestories’ di Madonna o Scream’ di Michael Jackson) fedele alle intenzioni di Hishiguro, riesce a condurre l’esperienza reale e ordinaria della vita di un college inglese, verso un piano sempre pi astratto e metaforico. La tragedia di questa lenta rassegnazione al destino tramata con un’eleganza tipicamente nipponica, senza contrasti, atti di forza o ribellione. La scelta degli attori adulti suggestiva oltre che ispirata. La coppia Ruth Tommy (interpretata da una metafisica Keyra Knightley e uno stilizzato Andrew Garfield) lunare e consunta. Entrambi sembrano emergere dal dolore dei dipinti di Munch, Kirchner e Kokoschka. Nessuno di loro metter al mondo bambini perch generare’ un atto creativo e la creativit’ bandita dalle loro vite. Per questo c’ una sessualit triste, frustrata come quella immortalata dagli espressionisti. Si tratta di una prigionia psichica, pi affilata e capillare di quella schiavistica, che non contempla la salvezza.

L’immagine dell’uomo che non pu pi mettersi in viaggio e cercare, espressa dalla nave sdraiata sulla sabbia, arrugginita ed in-ferma. Una nave che non pu pi sperare l’orizzonte.
Vale la pena vivere se l’identit censurata? Cosa resta all’uomo se pu fare a meno della creativit per rispondere ad una volont estranea al cuore? Se perdiamo noi stessi a che vale il progresso scientifico? Veniamo consegnati alla morte se le idee si spengono, sembra svelarci sottovoce questo film esangue e magnifico.
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Streetdance 3D

18 marzo 2011 in Cinema





Carly coltiva da sempre il sogno di esibirsi in una grande competizione di street dance con la sua crew di amici ballerini. Quando il gruppo riesce finalmente ad accedere alle finali inglesi, Jay, fidanzato di Carly nonch vera anima della crew, decide di abbandonare temporaneamente l’hip-hop e di lasciare il destino della gara in mano a Carly e alle sue coreografie. Senza Jay, la giovane breakdancer incontra grandi difficolt a tenere unito il gruppo e a trovare gli spazi adatti per provare, finch un giorno consegna un sandwich a Helena Fitzgerald, insegnante in una prestigiosa scuola di danza londinese, che le propone di utilizzare le aule dell’edificio a patto di introdurre nella coreografia alcuni dei suoi ballerini di danza classica.

Non prerogativa dell’era dei talent show lasciar vagare i sogni a passo di danza. Se nell’epoca del musical classico bastava un movimento pi leggiadro o un passo pi vivace a segnare l’ingresso nel mondo dei desideri e della fantasticheria, il cinema giovanile impiega ritmi pi incalzanti e movimenti pi aggressivi per esprimere in fondo lo stesso desiderio di ambizione e lo stesso innato spirito ingenuo e sognatore. la lezione di cui Streetdance sembra farsi portatore e da cui trae maggior beneficio. Rispetto alle varianti americane dei vari Step Up, Ballare per un sogno e Save the last dance, dove all’interno di una storia di piccoli drammi e grandi sentimentalismi si inserivano sequenze di danza acrobatica e ballo hip-hop, questo cugino britannico si costruisce invece come un lungo insieme di coreografie spettacolari e numeri funambolici, con qualche momento romantico di raccordo e pochi dialoghi a far da sutura. Le scarsissime pretese narrative permettono cos ai giovani breakers di dimenarsi pi liberamente e ai due registi di costruire un nuovo spazio e una profondit ulteriore per accogliere tutta la spavalderia delle prodezze coreografiche. Non solo, ma, pur riutilizzando un clich divenuto ormai normativo in questo tipo di produzioni (la necessit di incrociare danza classica e freestyle hip-hop, tecnica e metodo contro improvvisazione e impeto), Streetdance si rivela capace di mixare in maniera efficace i due movimenti, sia sul piano visivo che sonoro, integrando in un gran finale la Danza dei Cavalieri di Prokofiev con i sintetizzatori del funky da dancehall, le piroette e le arabesque con le powermoves dei B-boys.

In tutto questo, nemmeno la partecipazione di Charlotte Rampling risulta cos svogliata e fuori luogo. Trentacinque anni dopo Il portiere di notte, l’attrice inglese dimentica i rapporti perversi e i vincoli morbosi che un corpo danzante capace di stimolare per concedersi una presenza collaterale in un piccolo dancical giovanile non detestabile, dove parole e musica lasciano parlare e cantare il linguaggio del corpo in tutte le sue estensioni e flessuosit.









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Frozen

16 marzo 2011 in Cinema





In una fredda notte d’inverno, tre sciatori si stringono insieme su una seggiovia, confusi sul motivo per cui la loro corsa fino alla cima si fermata di colpo. Il freddo pungente del vento gelido peggiora, quando i potenti riflettori si spengono, lasciandoli bloccati al buio. Mentre aspettano aiuto, la realt di questo incubo li colpisce. La stazione sciistica stata chiusa, abbandonando il gruppo bloccato in cima sopra i pendii della montagna mentre una tempesta di neve in arrivo. Con l’eco di urla minacciose attraverso i boschi circostanti, avranno bisogno di prendere decisioni difficili per poter sopravvivere.









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