<!– –>
<!– –>
Ren Ferretti ha fatto tanta brutta televisione. Ad essere precisi l’ha subita, per ottemperare alle richieste al ribasso delle produzioni, alle ridotte capacit professionali della sua troupe storica e all’immensa negazione degli attori a sua disposizione, paragonabile soltanto alla misura dei loro capricci. Eppure, un giorno, il momento di dire basta arriva anche per lui, di fronte alla richiesta di girare a ralenti la corsa nei prati di un giovanissimo Ratzinger. Tutti a casa, tutti in crisi, tutti in bolletta. Almeno finch il cinema non bussa alla porta. A Ferretti non sembra vero: un film in pellicola, serio, di denuncia. L’adattamento del saggio best-seller La Casta, il racconto di sprechi, scandali e privilegi immotivati della classe politica italiana. Peccato che il mondo del cinema non sia molto diverso
Il salto di Boris dal piccolo al grande schermo, ma soprattutto da un pubblico di nicchia al grande pubblico, laurea definitivamente i suoi tre autori con lode, per l’umorismo finissimo (anche laddove fa della volgarit il suo humus), lo sguardo implacabile, la scrittura diretta e coraggiosa, la capacit di scelta (nell’abbondanza da loro stessi prodotta, in fase di sceneggiatura e di riprese) e soprattutto l’eleganza e la coerenza con cui sono passati dal ritrarre la televisione in televisione al fotografare il cinema nel cinema. Non di parodia si tratta, infatti, spessissimo, ma di fotografia vera e propria, ritoccata ad arte e virata sul comico.
Sono tante le battute o le scene del film che potrebbero essere estrapolate come costole per offrire un’idea dell’organismo nel suo insieme; dal produttore cinematografico che spiega: non c’ho i sordi per tutta sta sensibilit, al regista che paventa: non si esce dalla televisione, come la mafia, non se ne esce se non morti. Ma nella scena in cui Antonio Catania alias Lopez immagina il destino di Ren qualora lo abbandonasse per passare alla concorrenza e, dopo avergli fatto chiudere gli occhi, gli riappare davanti uguale identico a pochi secondi prima esclamando: eccola la concorrenza!, che il film si rivela maggiormente. Nella terribile verit di quello sketch ci sono, infatti, sia un’indicazione di tono, cinico, dissacrante, spoetizzante, sia l’indicazione sulla natura dell’umorismo in gioco si ride per non piangere- sia la lucidit e la schiettezza di sguardo e parola rispetto all’argomento trattato, vale a dire lo stile, che fanno di Boris qualcosa di unico in Italia.
La prima vera serie televisiva italiana di qualit (che aveva per soggetto la pessima qualit della televisione italiana) si congeda dagli schermi, parrebbe, con questo maxi episodio dedicato al mondo del cinema nostrano, massacrandone il mito con straordinaria capacit di sintesi e umorismo, nonostante il cinema non solo abbia gi raccontato spesso il suo dietro le quinte ma soprattutto abbia sempre avuto maggior autoironia rispetto alla nipotina televisione. Marilita Loy, l’attrice che ha fatto della sua insicurezza un’arma micidiale e parla cos piano che non la sente nemmeno il microfono, o la combutta di scenografo, segretaria di edizione e direttore della fotografia, che stanno sul set di Ren per i soldi ma poi lo piantano in asso per andare a fare Virz, Valdo e l’acqua cotta, sono cose che non si dimenticano e restano negli occhi del cuore. Quando arrivano Biascica, Itala, Duccio e Lorenzo, su un’utilitaria strombazzante, non si pu che fare il tifo per loro: non i criptocialtroni ma i cialtroni veri.
Non si esce dalla televisione, Ren.
<!– –>
<!– –>
|